Patto per l’ambiente in bilico Le trattative ai “supplementari”
COPENAGHEN. In serata ancora regna la confusione. Il segretario dell’Onu propone di proseguire i lavori a oltranza. Sul tavolo resta la possibilità di un buon accordo. Obama e il Premier cinese si incontrano nelle ultime ore della giornata.
Venerdì sera, a Copenaghen, lontani ancora mille miglia da un accordo. Sicuramente da un accordo che sia all’altezza della sfida posta dal cambiamento climatico, e forse anche da un accordo qualunque. Nel tardo pomeriggio di ieri, alla terza bozza di trattato, il segretario delle Nazioni Unite avrebbe chiesto ai capi di Stato di rimanere una notte in più, per lasciare ancora uno spazio alla speranza. E a questo punto pare proprio che la speranza sia questa: un patto, qualunque esso sia, per salvare la diplomazia internazionale che vede qui al vertice del clima mettere in discussione la sua stessa ragione di essere. L’attesissimo arrivo del presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, non ha reso più limpide le acque: l’apertura importante prospettata giovedì da Hillary Clinton (l’adesione degli Usa alla creazione di un fondo che arriverà al 2020 a 100 miliardi l’anno per i paesi più poveri) è rimasta monca.
Al tavolo da poker dei negoziati climatici – gestiti da un padrone di casa incapace su tutti i fronti, incluso quello del maltempo – il presidente del Paese più importante del mondo ha detto:«sto». Gli Usa, ha detto Obama, stanno già facendo molto per combattere il cambiamento climatico. Continueranno a farlo anche da soli. «Ma sarebbe più sicuro farlo tutti assieme», riconosce. «Ci sono alcuni paesi in via di sviluppo che vogliono aiuto senza impegni e che pensano che le nazioni più avanzate debbano pagare un prezzo più alto. Ci sono poi delle nazioni avanzate che pensano che i paesi in via di sviluppo non possano riuscire ad assorbire questa assistenza». Gli Stati Uniti, «hanno fatto la loro scelta, ci siamo impegnati e faremo quello che abbiamo detto che avremmo fatto». Ora, insomma, tocca agli altri farsi avanti. Un discorso accolto nel gelo della sala, in attesa di una leadership fortemente orientata alla difesa del clima.
E poi, l’appassionato discorso di Lula che mette anche lui un alt deciso alla contrattazione: «Ci siamo impegnati per 166 miliardi di dollari nei prossimi dieci anni per combattere il cambiamento climatico». Ora, a Copenaghen, può nascere un “imperialismo” di nuovo stile, basato sul controllo del denaro versato dai paesi ricchi. «Sono cattolico e credo ai miracoli: e qui può ancora esserci un miracolo», assicura di fronte alla platea degli oltre 120 capi di stato e di governo. Ma il filo con cui cucire l’intervento del soprannaturale sembra veramente essere esaurito. Alle 18 di venerdì, insomma, invece della conferenza stampa che anticipa un impegno mondiale, arrivano frammentarie le notizie di una frana inarrestabile: via il riferimento al 2010 come anno in cui si chiude - senza se e senza ma - un trattato legally binding, legalmente vincolante; la Cina si sfila addirittura dal patto di tagliare le emissioni al 50 per cento al 2050. Se così fosse, se queste voci si confermassero, il “patticchio” che uscirebbe da Copenaghen sarebbe una scandalosa pezza a colori, troppo corta anche per coprire le vergogne dei grandi del pianeta.
Altro sarebbe se – almeno – si rimettessero nero su bianco gli impegni peraltro già conosciuti, del taglio del 30 per cento delle emissioni dell’Unione Europea, quello del 25 per cento di Giappone e Australia, i 100 miliardi di dollari che entro il 2020 dovrebbero partire ogni anno dalle casse dei paesi sviluppati verso le nazioni povere per appoggiare politiche di riduzione delle emissioni e di adattamento ai cambiamenti climatici. E – ultimi solo in ordine di apparizione – un mandato per continuare il negoziato nei prossimi sei mesi e un meccanismo condiviso sul controllo e la verifica di come effettivamente i paesi in via di sviluppo impiegano i fondi. Ma la famosa terza bozza di accordo impegna i paesi sviluppati solo sul lungo periodo: sarebbe addirittura un passo indietro rispetto ai patti stipulati nel G8 dell’Aquila.
«Siamo comunque lontani da un vero accordo all’altezza della sfida che ci aspetta, ma un quadro negoziale che pone alcuni paletti importanti sarebbe un passo in avanti». Il direttore del Wwf internazionale Kim Carsten cerca un punto di equilibrio difficilissimo, alle sei del pomeriggio del giorno in cui i negoziati avrebbero dovuto chiudersi. Certo, nonostante la leggendaria capacità dell’associazione del panda di trovare sempre un buon motivo per andare avanti, stavolta Carsten non trova elementi di ottimismo: «Il discorso di Obama non è stato certo avanzatoammette- ma soprattutto a mancare è stata l’Unione europea che non ha avuto la capacità di essere protagonista di questi negoziati, come ha sempre fatto. Senza l’Unione Europea non ci sarebbero stati gli accordi di Kyoto, né quelli di Bali. Ma stavolta l’Europa ha mollato».
I primi a farlo sono stati i danesi, che avrebbero dovuto fornire una guida forte al negoziato e invece hanno dato una prova deludente di sé. «Certo non raccomanderei che ci sia una Copenaghen 2, tra sei mesi, sarebbe un’altra catastrofe», ammonisce Carsten. Questo, in parole povere sembra essere l’unica certezza: la Danimarca ha scelto una conduzione disastrosa del vertice, inimicandosi tutti. Ma anche la Commisisone europea di Barroso non esce bene da Copenaghen: comunque vada a finire il vertice, i paesi che finora si sono vantati di avere la politica climatica più virtuosa hanno dimostrato di essere incapaci di dare un senso a tutti gli impegni presi.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.






