Pomigliano d’Arco a ferro e fuoco Così la Fiat abbandona il Sud
PROTESTE. Lo stabilimento della casa torinese rischia un forte ridimensionamento. Ieri gli operai hanno occupato la sala consiliare e organizzato picchetti contro il mancato rinnovo di cento contratti. E l’atmosfera si fa sempre più esplosiva.
Fabbrica ferma, braccia conserte, occupazione notturna dell’aula consiliare del Comune, picchetti e tensione crescente. è la fotografia desolante delle crisi che stanno vivendo i lavoratori della Fiat di Pomigliano d’Arco, in provincia di Napoli. Le tute blu, infatti, sono in cassa integrazione straordinaria dallo scorso 16 novembre e stanno protestando contro il mancato rinnovo di circa un centinaio di contratti a termine, in scadenza tra fine dicembre e marzo. Ieri, dopo la chiusura dello stabilimento, alcuni operai sono saltati sui capannoni e, in seguito, si sono spostati in municipio, dove hanno trascorso la notte. La crisi della Fiat di Pomigliano sta deflagrando come un vero e proprio detonatore sociale, in un territorio piagato da disoccupazione e precarizzazione del lavoro, in un contesto di emergenza sociale e politica cronico.
La grande fabbrica fordista, infatti, rappresenta, nella provincia di Napoli, territorio caratterizzato da alta pressione demografica, disoccupazione e presenza della camorra, un appiglio a cui l’intera comunità si aggrappa. Al tavolo permanente di crisi convocato dal sindaco Antonio Della Ratta, infatti, partecipano tutti: Chiesa, sindacati, oltre ai rappresentanti della Regione Campania e della Provincia. Oltre agli operai della Fiat, anche i lavoratori del pastificio Russo hanno incrociato le braccia, manifestando fuori lo stabilimento e occupando via Nazionale delle Puglie, l’arteria principale della zona. Gli operai della Russo manifestano contro il rischio chiusura - alcune settimane fa è stato chiesto il fallimento della fabbrica -, e per il mancato pagamento di diverse mensilità da parte dell’azienda.
Ma il ridimensionamento della fabbrica Fiat di Pomigliano, oltre ad altre chiusure programmate per l’Italia, non sono una novità. Si tratta della riorganizzazione prevista dal “Piano Marchionne”, e per il quale i sindacati di base hanno già deciso di manifestare, il prossimo 22 dicembre a Roma, in occasione dell’incontro tra Governo, Fiat e sindacati. Il piano in questione, infatti, prevede un forte ridimensionamento dell’ex Alfasud di Pomigliano, e la chiusura degli impianti di Arese e di Termini Imerese, nell’ambito di una grande delocalizzazione degli impianti all’estero. Anche in Sicilia, pochi giorni fa, il copione era stato lo stesso.
Lavoratori in piazza, Chiesa ed enti locali vicino agli operai. Purtroppo, all’unico tavolo che conta, quello fra Marchionne e il ministro dello Sviluppo Economico Scajola, non ci sono stati, finora, né sindaci né preti a perorare la causa dei lavoratori. Scajola, ieri, ha dichiarato, a margine della presentazione del piano per l’Africa Sub Sahariana, che nel futuro di Termini Imerese potrebbero esserci gli indiani della Tata o i cinesi della Chery. Contestualmente al “Piano Marchionne”, se il governo non implementerà una politica industriale, i costi sociali di queste ristrutturazioni potrebbero essere ingestibili. Una situazione paradossale, soprattutto in virtù del fatto che, sia la fabbrica di Pomigliano che quella di Termini, sono state costruite con i soldi pubblici.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.






