Se non si rinnova l’amnistia

Paolo Tosatti

PAKISTAN. La Corte suprema sta valutando l’opportunità di reiterare il provvedimento che blocca i processi per corruzione contro alcune figure del governo. Il mancato rinnovo aumenterebbe le pressioni sul già vacillante esecutivo di Zardari.

Ancora problemi con la giustizia per il presidente pachistano Asif Ali Zardari. La Corte Suprema del Pakistan ha iniziato a esaminare l’impugnazione di un decreto di amnistia che, nel caso di mancato rinnovo, potrebbe dar vita a ulteriori pressioni sul già contestato leader. Non più in vigore da una settimana, il provvedimento ha garantito l’impunità dalle accuse per corruzione e per altri reati a migliaia di persone, tra cui lo stesso Zardari e diverse cariche dell’esecutivo. Mentre il capo di Stato non potrà comunque venire incriminato grazie all’immunità riconosciuta alla sua figura istituzionale, alcuni funzionari del governo, inclusi il ministro degli Interni Rahman Malik e quello della Difesa Syed Athar Ali, potrebbero veder riaperte le cause pendenti nei loro confronti. Processi con connotazioni politiche che potrebbero ulteriormente indebolire il già vacillante presidente, la cui impopolarità è andata crescendo negli ultimi mesi.
 
Zardari è stato in questo periodo sotto il fuoco diretto dell’opposizione, che ha chiesto a gran voce le dimissioni di tutte le personalità politiche che hanno beneficiato dell’amnistia. Le tensioni interne al Paese non mancano di preoccupare gli Stati Uniti: la Casa Bianca vorrebbe che l’esecutivo Islamabad restasse concentrato sulla lotta contro i militanti di Al Qaeda e i ribelli talebani, invece di rischiare di sfaldarsi. L’amministrazione Obama considera questo un momento estremamente delicato: i suoi sforzi sono tesi alla stabilizzazione del vicino Afghanistan, un’operazione per cui necessita dell’aiuto proveniente dal Pakistan. Attualmente Zardari è anche alle prese con un’ondata di attacchi kamikaze che nelle ultime settimane ha provocato decine di morti in tutto il Paese.
 
Gli ultimi attentati sono stati ieri: due ordigni sono esplosi a Peshawar e a Lahore, uccidendo almeno venti persone. Per porre fine all’escalation di violenza, l’esecutivo ha anche chiesto aiuto agli ulema, i dotti musulmani di scienze religiose. Secondo il giornale arabo Al-Sharq al-Awsat, il ministro degli Interni Malik Rehman si sarebbe recato ieri a Karachi per incontrare i vertici del clero religioso. L’idea di Rehman sarebbe quella di chiedere l’emanazione di una fatwa contro gli attacchi kamikaze. «Siamo pronti a emanare fatwa contro gli attacchi kamikaze e gli attentati nel Paese - ha spiegato secondo il giornale Adbel Ghaffar Aziz, portavoce degli dotti - ma il problema è che lo abbiamo fatto già in passato senza successo. Bisognerebbe invece analizzare le cause che provocano queste ondate di attacchi e intervenire alla radice». Dalla capacità dell’esecutivo di Islamabad di porre fine a questa minaccia dipende il futuro politico non solo di Zardari, ma dell’intero Paese: per gli Stati Uniti il Pakistan continuerà a essere un alleato prezioso solo nel caso in cui il suo aiuto sia utile a debellare i ribelli talebani.

La prima pagina del giornale
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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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