In sette bloccano il patto

Simonetta Lombardo da Copenaghen
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COPENAGHEN. Venezuela, Bolivia, Cuba, Nicaragua, Costa Rica, Sudan e Tuvalu impediscono all’accordo di ricevere l’egida del’Onu. Nel day after della conclusione del vertice sul clima dominano ancora delusione e timori per il futuro.

Sette paesi, in buona parte piccoli, e tutti poveri (Venezuela, Bolivia, Cuba, Nicaragua, Costa Rica, Sudan e Tuvalu) hanno impedito ieri che il patto contrattato dai leader del mondo “a porte chiuse” diventasse di fatto il trattato di Copenaghen. Quello deciso nella notte di venerdì rimane un accordo politico deciso “in un evento collaterale di altissimo livello”, come ha sintetizzato durante l’assemblea plenaria il delegato russo. Di fatto, a salvare il vertice da una vera e propria spaccatura è stata la formula adottata: l’assemblea “prende nota”, cioè non approva, non ratifica, non appoggia quello che è stato deciso soprattutto da Usa, Cina, India, Brasile e pochi altri, e ingoiato controvoglia dagli europei, con l’eccezione di un apparentemente entusiasta Gordon Brown.
 
Perché, in casa Nazioni Unite, le decisioni si prendono all’unanimità o non si prendono, e l’opposizione strenua guidata dal Venezuela e dalle piccolissime Isole Tuvalu ha impedito che l’accordo al ribasso partorito dopo roboanti prese di posizione sia diventata documento ufficiale del vertice di Copenaghen. E lo hanno fatto rinunciando, tra l’altro, a ricevere i benefici economici previsti dal documento, 30 miliardi nei prossimi tre anni e la promessa di beneficiare di 100 miliardi l’anno a partire dal 2020. In un certo senso, l’Accordo di Copenaghen è una sorta di contratto tra 185 paesi, di cui molti non entusiasti ma convinti per questioni politiche (gli europei) e altri non entusiasti ma convinti per questioni di cassa. Tutta la mattina di ieri è quindi passata nei distinguo e nelle prese di posizione, non particolarmente entusiaste, dei veri esclusi: la Ue e il segretariato sul clima delle Nazioni Unite.
 
Avevano cominciato già nella notte il premier svedese Frederick Reinfeldt e il presidente della Commissione europea Barroso (grandi assenti, il vecchio e il nuovo commissario europeo all’ambiente, il greco Dimas e la danese Hedegaard), a parlare di un accordo “non perfetto”, ma “comunque meglio di un non accordo”. Lo stesso Barroso aveva chiarito che c’era da parte sua una delusione sulla natura legalmente non vincolante del trattato: «abbiamo dovuto lottare per non tornare molto indietro», ha aggiunto riferendosi al documento sottoscritto a suo tempo da gran parte dei protagonisti di questo nuovo trattato al G20 dell’Aquila. In quell’occasione, infatti, i grandi del mondo assieme alle economie emergenti avevano approvato una carta in cui si fissava un obiettivo di riduzione dei gas serra di almeno il 50 per cento al 2050, oltre al rispetto del limite massimo di riscaldamento di due gradi che rimane l’unico punto fermo di Copenaghen.
 
Spiega forse meglio di tutti ieri, quasi alla fine del vertice, il segretario della Convenzione Onu sul clima Yvo De Boer:«A Bali (il vertice sul clima di due anni fa, ndr) ero convinto che a Copenaghen avremmo adottato un accordo legalmente vincolante. Qui abbiamo un accordo ma nessun vincolo. Ci sono stati due anni di lavoro, una serie di meeting informali, ma nonostante questo sforzo abbiamo avuto quel che abbiamo avuto».E chiarisce, De Boer: «Il prossimo anno, a Città del Messico, sarà molto più problematico assicurare la continuità del protocollo di Kyoto», dato che lo strumento cessa nel 2012, lasciando la possibilità di un interregno in cui salta il sistema del mercato delle emissioni e ogni certezza per gli stati e i settori produttivi. Ma più che il possibile tana libera tutti, a far arrivare il francese Sarkozy sull’orlo della rottura (come raccontano numerose voci di corridoio) è stato lo scacco politico. Un accordo non-Onu, in buona parte plasmato attorno a necessità e volontà del G2 (Usa e Cina), che ha il segno di una sorta di nuovo unilateralismo. Del resto Obama in una conferenza dedicata alla sola stampa americana, è stato abbastanza tranchant: «meglio di un bunch of goals (un pugno di obiettivi) è agire». Vero. Vedremo come agiranno tutti.

La prima pagina del giornale
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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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