Tre donne contro l’Irlanda: «Basta ai viaggi dell’aborto»

Bruno Picozzi
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DIRITTI Costrette a raggiungere la Gran Bretagna per interrompere la gravidanza, due irlandesi e una lituana hanno
presentato ricorso alla Corte europea dei diritti umani di Strasburgo. La legge tuttora in vigore in Eire risale al 1861.

 
Tre donne residenti nella Repubblica d’Irlanda, due irlandesi e una di nazionalità lituana, hanno presentato ricorso alla Corte europea dei diritti umani di Strasburgo contro la legge che regola l’aborto nel Paese. Le tre, costrette ad abortire per cause di forza maggiore, non hanno potuto far altro che spostarsi in Gran Bretagna per sottoporsi all’intervento. La prima è un’ex alcolizzata e tossicodipendente, con già quattro figli sotto tutela. Un’ulteriore gravidanza avrebbe potuto motivare l’allontanamento definitivo della prole. La seconda, malata di cancro, era entrata in gravidanza nel periodo in cui si sottoponeva a una cura chemioterapica, pericolosa per la salute della madre e per quella del bambino. La terza era a rischio di gravidanza extrauterina. «Le tre donne lamentano il fatto che l’impossibilità per loro di abortire in Irlanda ha reso le procedure molto più costose, complicate e traumatiche del necessario. In particolare la restrizione le avrebbe stigmatizzate e umiliate, avrebbe rischiato di mettere in pericolo la loro salute e, in uno dei tre casi, addirittura la vita». Questo si legge in una dichiarazione emessa dalla Corte.
 
Per la prima volta negli ultimi 15 anni, quindi, in Irlanda viene messa in discussione la legge in vigore, risalente al lontano 1861, che prevede l’aborto solo in caso di imminente pericolo di vita per la madre. Altri tipi di bisogno, pur evidenti, non sono contemplati. Secondo il ricorso, dunque, la legge violerebbe gli articoli 8 e 14 della Convenzione europea per i diritti umani, costringendo le donne a espatriare perché vittime di una necessità. Ma l’Irlanda è tutt’oggi una nazione profondamente cattolica e nel 1983 la Costituzione è stata addirittura emendata per affermare che il feto possiede il diritto alla vita fin dal suo concepimento. Parlare di aborto come di una necessità sembra a molti un’eresia, i ginecologi abortisti sono minacciati di scomunica dalla Chiesa e chi contravviene alla legge rischia la prigione a vita. Il clima che si respira attorno alla vicenda è tutto nelle dichiarazioni di Johanna Higgins, cofondatrice dell’Associazione degli avvocati cattolici irlandesi. «Qualunque siano gli aspetti della vicenda riguardanti i diritti umani, l’aborto in Irlanda è illegale perché è un fatto criminale». Nella partita sono entrate anche le lobby antiabortiste nordamericane, ammesse dalla Corte a prendere la parola. Lo Us Alliance defence fund, ad esempio, ha parlato esplicitamente di «vite innocenti sotto attacco », battendo sulla grancassa degli ambienti più conservatori. quelli all’origine di campagne violente e isteriche contro ogni forma di maternità consapevole.
 
Le tre donne rischiano dunque la prigione, il linciaggio mediatico e si preoccupano di mantenere l’anonimato per preservare la loro incolumità personale. È su questo piano che le lobby antiabortiste vincono, instillando nelle donne la paura di reclamare il proprio diritto di scelta. Intanto si calcola che attualmente siano 6.000 ogni anno le donne che viaggiano fino in Gran Bretagna per abortire, 140mila lo avrebbero fatto negli ultimi trent’anni. Tutte nel più oscuro silenzio, senza accompagnamento morale, perseguitate da uno stigma su cui non vi è alcun tipo di dibattito. La politica se ne lava le mani, negando l’evidenza e affermando che non vi sia una reale domanda di modernizzazione della legge. Per molti opinionisti tutti questi viaggi oltreconfine, vergognosi da più punti di vista, semplicemente non esistono. Le tre residenti irlandesi sono supportate nella loro battaglia dal Servizio consultorio britannico per le gravidanze, secondo cui «non vi è alcuna giustificazione morale per la legge nell’erigere una barriera tra le donne e le cure mediche». L’Associazione irlandese per la pianificazione familiare, dal canto suo, afferma che «le restrizioni imposte dalla legge irlandese vanno assolutamente controcorrente rispetto a quelle dei vicini europei ». Dalla parte del governo di Dublino una squadra di otto avvocati guidata dal procuratore generale Paul Gallagher, il quale afferma che la ratifica della Convenzione europea sui diritti umani non implica di aver fatto dell’aborto un diritto e che la posizione irlandese è basata «su profondi valori morali ». Per questo essa sarebbe stata salvaguardata in un apposito protocollo allegato ai trattati di Maastricht e Lisbona. Inoltre, ricorda Gallagher, l’opinione pubblica irlandese è stata testata sull’argomento in tre diversi referendum e sempre le tesi proabortiste sono uscite largamente sconfitte. La Corte europea, se dovesse dare ragione alle tre donne, potrebbe dettare il minimo grado di protezione cui ha diritto una donna che richiede l’aborto, spianando la strada verso una legge meno restrittiva. In ogni caso, la sentenza non verrà emessa prima del prossimo anno.

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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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