Una yalta climatica
IN FONDO. A Copenaghen, a decidere, è stato un ristretto pool di grandi economie che ha imposto una visione parziale e tutta politicista della sfida posta dal cambiamento climatico.
Copenaghen come Yalta? Certo la situazione è meno drammatica e la spartizione è meno netta. Ma a decidere, sul famoso Accordo di Copenaghen, è stato un ristretto pool di grandi economie che ha imposto una visione parziale e tutta politicista della sfida posta dal cambiamento climatico. Nel merito, nel famoso Accordo finale di Copenaghen c’è un po’ tutto e il contrario di tutto. C’è il riconoscimento che il cambiamento climatico è la sfida più importante, che l’aumento della temperatura va tenuto entro i due gradi, che i Paesi sviluppati devono continuare a ridurre le emissioni e devono aumentare il volume dei loro tagli, che i Paesi emergenti devono intraprendere azioni efficaci, che verranno in qualche modo controllate e che per farlo ci saranno a partire dall’anno prossimo dei soldi: 30 miliardi di euro per la partenza veloce delle attività e 100 miliardi l’anno a partire dal 2020.
Quello che non c’è è fin troppo evidente: impegni chiari e definiti, riduzioni calcolabili al 2020 e anche al 2050, cose da fare e multe, sanzioni, biasimo o altro per chi non le fa. O anche solo la decisione di decidere entro l’anno prossimo, oppure entro il prossimo decennio. Quello che non c’è è la capacità di vedere un pianeta senza frontiere: a far girare le cose, in Danimarca, sono stati principalmente gli interessi della Cina che non ha solo la legittima aspirazione a far uscire dalla miseria chi ancora ci sta, ma anche a far crescere quello che una volta - e forse anche adesso - si chiamava capitalismo nazionale. E a far girare le cose, in Danimarca, è stata l’impossibilità degli Stati Uniti e della loro nuova amministrazione di uscire dall’angolo. Obama è suonato spento e sulla difensiva proprio nel giorno in cui avrebbe dovuto raccogliere il risultato delle parole d’ordine sulla green revolution su cui aveva vinto le elezioni e dato speranza al mondo. È suonata più avanzata (ma forse anche qui è una questione di punti di vista) la sua ex avversaria Hillary Clinton. A far girare le cose, in Danimarca, è stata la difficoltà politica dell’Unione europea, il rallentare della sua spinta propulsiva.
Così, l’Accordo è una specie di patto separato, elaborato da cinque Paesi (Usa, Cina, Brasile, Sudafrica e India) e accettato almeno a parole da altri 180, mentre sette se ne sono tenuti orgogliosamente fuori: Venezuela, Bolivia, Cuba, Costarica, Sudan e Tuvalu (questi ultimi rigettando in assemblea “i 30 denari” previsti dall’accordo). Un documento “privato” di cui l’assemblea ha “preso atto” con un escamotage diplomatico portato stancamente avanti. A entrare realmente e terribilmente in crisi, in realtà, a Copenaghen è la governance mondiale così come la conosciamo: le Nazioni Unite non hanno deciso, ha deciso un pugno di paesi che si tengono sotto scacco l’uno con l’altro. Una Yalta climatica in cui i più poveri sono stati pagati e più deboli - l’Unione europea - ricattati con la minaccia della dissoluzione. Ci piacerebbe scrivere che l’Italia ha partecipato e spinto perché le cose andassero meglio. Non è andata così. Il ministro Stefania Prestigiacomo, rappresentante della sesta economia più sviluppata del pianeta, ha parlato nella notte tra giovedì e venerdì, dopo le due, a una platea formata solo da quelli che intervenivano a notte fondo.
Specificamente, l’intervento italiano era tra quello dell’Afghanistan e quello del Togo e questo non vuol dire niente, così come è vero che - causa lancio del duomo - eravamo rappresentati non allo stesso livello degli altri Paesi europei, presenti con il presidente del consiglio o con il capo dello Stato. Però non ci siamo stato lo stesso: questo paese si limita a prendere atto di quello che hanno deciso gli altri e a sperare che le cose, in questo settore, non vadano troppo avanti. L’unico punto è capire quello che succede ora. Perché il primo momento di crisi, nei prossimi due mesi, è la decisione dell’innalzamento dell’impegno europeo dal 20 al 30 per cento di taglio delle emissioni entro il 2020. La Ue tentenna: l’Italia tenterà come ha già fatto l’assalto alla diligenza. E le associazioni, così come i movimenti (che rappresentano la new entry nell’arena dei negoziati, proprio a partire da Copenaghen), i protagonisti della green economy e la politica desiderosa di futuro devono rimboccarsi le maniche e rimettersi in marcia per rovesciare l’effetto Yalta.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.






