Uranio impoverito L’uomo come un fine

Adele Parrillo
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URANIO IMPOVERITO - IL VELENO INVISIBILE. Il Kosovo è stato contaminato dai bombardamenti Nato in Serbia e a pagarne le conseguenze sono i soldati in missione.

«Considera sempre l’uomo non come un mezzo ma come un fine». Oggi, ancora più di ieri, credo sia molto valido il principio di Immanuel Kant. Agire in termini di responsabilità. Ognuno nei confronti di un altro. I governi nei confronti dei propri cittadini. Ogni agire richiede un’azione appropriata: prendersi una responsabilità. «In capo al ministero della Difesa», si legge nella sentenza 0413/09, emessa dal Tribunale civile di Roma, depositata il primo dicembre, che stabilisce un risarcimento complessivo di 1,4 milioni di euro, «si configura una responsabilità ex articolo 2043 Cc ( fatto illecito ndr) per aver colposamente omesso di adottare tutte le opportune cautele atte a tutelare i propri soldati dalle conseguenze dell’utilizzo dell’uranio impoverito. Sul punto - prosegue il verdetto - non esclude la configurabilità dell’illecito aquiliano la circostanza che il D. R. (presumibilmente Alberto Di Raimondo, 26 anni, di Lecce, ndr) recandosi in zona di guerra, fosse a conoscenza dei rischi per la propria incolumità fisica, trattandosi, ovviamente, di missione comunque perico losa.
 
Infatti, il discorso avrebbe in linea di massima una sua valenza se, ma anche in questa ipotesi occorrerebbe una valutazione caso per caso, le lesioni personali subite dal militare fossero connaturate al rischio tipico della missione, vale a dire il ferimento o la morte in combattimento o per attentato di guerra, o comunque, connesse a fatti ed eventi noti al militare e di cui lo stesso, volontario, assume consapevolmente il rischio. Nella fattispecie - continua la sentenza - invece, il fatto è pacifico, il D. R. non era stato adeguatamente messo al corrente ed informato di tutti i rischi della missione, in particolare del fatto di dover operare in zona caratterizzata dalla presenza di uranio impoverito e, peraltro, questa specifica violazione dell’obbligo di informazione aggrava ulteriormente la posizione dei ministeri convenuti».
 
Il consulente tecnico-legale non ha dubbi: il caporal maggiore ha contratto la patologia nella missione in ex Jugoslavia. La Difesa e il ministero dell’Economia non contestano l’utilizzo in Kosovo di armi “Du” (depleted uranium). Dopo i bombardamenti, spiegano gli scienziati, l’uranio impoverito, attraverso micro e nano particelle, contamina l’ambiente e di qui passa all’uomo. La sentenza pone due problemi: uno economico, l’altro eticofilosofico. La necessità di rivedere i criteri di valutazione dell’entità dei risarcimenti finora utilizzati. Perché ci sono grandi differenze nell’assegnazione degli indennizzi tra chi ha avuto, anche se poco, e chi no. Il carattere etico della questione, invece, è l’aver agito secondo una ragione non responsabile nel mistificare come innocua, una realtà invece pericolosa, non proteggendo i propri militari. Con grande leggerezza, per dirla con Kant, è stato fatto dell’uomo un mezzo delle “missioni” e non un fine.
 
La sentenza smentisce tutte le edulcorate dichiarazioni (CabigiosuMartino-Mandelli), secondo le quali l’uranio non è pericoloso. Finalmente emerge in forma inequivocabile che ci sono delle responsabilità. Il verdetto ripropone con urgenza la necessità di ricostituire al Senato la Commissione d’inchiesta sull’uranio impoverito, che sospese i lavori con la fine della scorsa legislatura. Anche per esaminare i dati che la polizia giudiziaria ha raccolto per la commissione nei distretti militari, sui casi di morte per malattia a causa dell’uranio. E di cui non si è saputo più nulla. «Con una sorta di coscienzaincosciente - dichiara Falco Accame, presidente dell’Anava faf, l’Associazione vittime arruolate nelle forze armate - è stato minimizzato il pericolo. Si pone ora con più forza, il problema di mettere al bando le armi all’uranio impoverito. Ma ancora prima delle armi, impedire che la coscienza venga messa al bando».

La prima pagina del giornale
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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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