Vaccino a tutti i costi
SALUTE. Per il viceministro Fazio non ci sono dubbi: chi contesta l’antivirale per l’influenza A ha «delle motivazioni politiche e non scientifiche». Eppure negli organismi di controllo c’è commistione tra produttori e regolatori pubblici.
Intervenendo a proposito dell’influenza A, il viceministro alla Salute, Ferruccio Fazio, ha manifestato la sua scarsa fiducia nei confronti dei politici che mettono in discussione l’Organizzazione mondiale della sanità e l’Agenzia europea del farmaco. L’occasione gli è stata offerta recentemente dal ministro polacco alla Salute, Ewa Kopacz, che, come Fazio, è un medico. La Kopacz ha sollevato dubbi sulla sicurezza e l’efficacia dei vaccini attaccando le case farmaceutiche che vogliono scaricare sui governi la responsabilità di eventuali danni. Il nostro viceministro ha replicato alla «alzata d’ingegno» della collega polacca, dichiarando che «avrà avuto motivi politici. Non può avere motivazioni tecniche - ha spiegato - altrimenti dovrebbe mettere in discussione l’Organizzazione mondiale della sanità, l’Agenzia europea del farmaco e gli altri Stati che hanno avviato la vaccinazione ».
Ed eccoci al punto. Fazio, quindi, crede nello schema: tecnici buoni e affidabili contro politici senza etica. Ma è realmente così? Andiamo a dare un’occhiata su cos’è l’Agenzia europea delle medicine (Emea), sconosciuta ai più, che ha autorizzato i vaccini contro l’influenza A e che è un modello di commistione tra produttori e regolatori pubblici. Contro ogni logica, nella Commissione esecutiva europea, l’Emea è sotto la giurisdizione della direzione generale per l’Impresa, anziché sotto quella della Salute pubblica. La maggior parte del bilancio dell’Emea è coperto dai contributi versati dalle case farmaceutiche per l’esame delle richieste d’autorizzazione al commercio dei nuovi medicinali. L’industria può scegliere uno dei due relatori incaricati di valutare la richiesta di approvazione di un nuovo farmaco. È sufficiente dimostrare efficacia e sicurezza del nuovo prodotto, mentre non è necessario dimostrare che esso sia innovativo, migliore e meno pericoloso di altri già in commercio.
Tutto, nell’Emea, è circondato dal segreto. Se il giudizio dell’Agenzia su un nuovo farmaco si prospetta negativo, la casa farmaceutica può ritirare la richiesta d’autorizzazione prima che esso sia ormulato e in quel caso le motivazioni del rigetto non diventano pubbliche, cosa che, invece, potrebbe essere utile alle autorità dei singoli Paesi, nel caso che, successivamente, la casa produttrice richieda l’autorizzazione a livello nazionale, anziché europeo. Silvio Garattini ha detto al Giornale: «Sono stato sette anni nell’Emea ed ero vincolato alla confidenzialità. Se si chiede all’Emea la documentazione su un farmaco approvato, non viene rilasciata». Oltre ai problemi di struttura e di suo funzionamento, ci sono quelli che emergono dai possibili conflitti d’interesse di chi ci lavora. Una ricerca, a questo proposito, che oltre l’Emea riguarda anche le agenzie regolatorie di Gran Bretagna e Irlanda, è stata condotta da tre ricercatori dell’università canadese di Toronto e da un irlandese dell’università di Cork, ed è stata pubblicata dalla rivista Social Science & Medicine.
Dallo studio emerge che in tutte e tre le Agenzie «una stretta interazione tra esperti scientifici e industria farmaceutica è data per scontata e, quindi, ammissibile». Le regole, però, sono diverse e l’Emea è la più lassista. Mentre le agenzie britannica e irlandese richiedono che gli esperti scientifici dichiarino non solo i propri interessi finanziari nell’industria farmaceutica, ma anche quelli dei propri familiari, l’agenzia europea non fa alcuna richiesta in tal senso. Inoltre, mentre in Irlanda bisogna dichiarare l’esistenza di questi interessi se superano i 30mila dollari, all’Emea la soglia si eleva a 75mila. A livello di consiglio d’amministrazione dell’Emea, un quarto dei membri ha dichiarato interessi nell’industria farmaceutica. Se qualcuno, come il ministro polacco, quindi, non si fida ciecamente dell’Emea di motivi validi ne ha e come.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







