«L’agricoltura è salva»

Susan Dabbous
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HAITI. A nove giorni dal sisma, continua l’esodo da Port-au-Prince verso le campagne. Le coltivazioni sono in buono stato. Cristina Amaral, esperta di ricostruzione della Fao: «Bene gli aiuti, ma all’economia locale servono soldi e non solo cibo».

Mentre si estraggono gli ultimi superstiti dalle macerie del terremoto che ha devastato Haiti il 12 gennaio c’è chi sta già lavorando alla ricostruzione. Cristina Amaral è direttore del ufficio Emergenze e strategie di pianificazione della Fao, l’agenzia Onu per la sicurezza alimentare. Nel 2005 ha coordinato gli aiuti dopo il disastroso tsunami che si abbatté nel Sud est asiatico. A lei chiediamo quali sono le priorità di Haiti per non danneggiare la parte sana dell’economia locale, a cominciare dall’agricoltura.
 
Dottoressa Amaral, sull’isola stanno arrivando tonnellate di cibo per far fronte all’emergenza alimentare. Chi può prendere alimenti gratis non ha nessun incentivo né a coltivare né a comperare i prodotti della terra. Cosa fare per evitarlo?
Quel genere di aiuti, di cui si occupa il Pam, il Programma alimentare mondiale, servono per tamponare le emergenze. In questo caso per rifornire le città colpite dal sisma. Per il resto della popolazione invece occorre pensare a un assorbimento di quel milione e mezzo di persone che si sta spostando dai centri urbani alle campagne. Gente che potrebbe essere impiegata nell’agricoltura, anche  solo temporaneamente. Le coltivazioni sono salve, i campi non sono stati colpiti dal terremoto. Per far sì che il commercio si svolga senza tensioni occorre creare però mercati locali sicuri. 
 
Quali erano le condizioni dell’agricoltura prima del terremoto?
C’era un clima di grande speranza perché iniziavano a funzionare dei progetti messi in atto dopo gli uragani del 2008: riforestazione, micro irrigazione e raccolta dell’acqua piovana, Peraltro il nostro più importante programma di aiuto consiste in un accordo tra i comuni delle campagne fuori Port au Prince e i piccoli contadini, per favorire il commercio dei loro prodotti tramite una filiera che porta i raccolti dai campi alle città. Sono state inoltre istituite delle banche di sementi a cui accedere per superare eventuali catastrofi naturali come gli uragani. Lavoreremo affinché questi sforzi non siano vani. Abbiamo molto personale Fao (73 funzionari ndr) composto da autoctoni: loro conoscono bene il territorio.
 
Quanto ci vorrà per la ricostruzione?
Almeno cinque anni per ciò che attiene l’economia agricola. I fondi che la comunità internazionale sta stanziando sono preziosi. L’importante però è che vengano dati soldi e non beni di consumo. La popolazione deve partecipare all’economia locale. E la Fao ha già a messo a disposizione 23 milioni di dollari solo per i prossimi sei mesi. 
 
Lei coordinò gli aiuti dopo lo tsunami, quali sono le differenze con il terremoto di Haiti?
Dal punto di vista naturale lo tsunami è stata la più grossa catastrofe a memoria d’uomo. Non bisogna dimenticare infatti che oltre all’enorme numero di vittime sparirono regioni intere. Inoltre  “l’onda anomala” ha avuto un impatto devastante su più Paesi. Questi però rispetto ad Haiti possedevano una struttura organizzativa molto più solida. Avere sul posto la capacità di intervenire con uomini e mezzi di soccorso fa una differenza enorme. Ad Haiti il governo è stato colpito direttamente dal sisma, non è facile agire senza un coordinamento centrale. 
 
Perché la distribuzione degli aiuti internazionali avviene con enormi difficoltà?
In realtà trovo che si stia fomentando mediaticamente questa polemica. Chi non ha vissuto “sul campo” una tragedia simile non può capire cosa significa ritrovarsi in uno scenario dove non funziona nulla: corrente elettrica, acqua, strade distrutte. Le difficoltà logistiche che si possono avere quando un aeroporto passa da 4 a 200 voli al giorno. Sicuramente il coordinamento degli aiuti è una grande sfida. Quella di Haiti è una catastrofe nazionale, bisogna agire in fretta, ma senza dimenticare di rispettare la sovranità dello Stato.  

La prima pagina del giornale
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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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