Acciaio sporco nel Sud
INCHIESTE. I Noe di Catanzaro svelano un traffico di rifiuti speciali e un intreccio di interessi che coinvolgono 96 aziende, 7 enti pubblici e 21 privati. Arrestato l'imprenditore Francesco Palmieri presunto ideatore del sistema illecito.
La gestione dei rottami ferrosi nel comprensorio di Lamezia Terme, la loro commercializzazione nel sud Italia e l’attività di una società che smaltiva illegalmente i rifiuti. C’è questo, e altro ancora, nell’operazione Acciaio Sporco, l’inchiesta dei carabinieri del Noe di Catanzaro che ieri ha portato all’arresto di un imprenditore Francesco Palmieri, titolare dell’omonima azienda, principale responsabile dell’attività illegale. Attorno ad essa, si era creato un network criminale, con il coinvolgimento di 96 aziende, sette enti pubblici e 21 privati. La rete si serviva di una fitta rete di “conferitori” di rifiuti speciali, pericolosi e non, ramificata a livello regionale.
Una vera e propria organizzazione dedita al traffico illecito di rifiuti speciali anche pericolosi, che commercializzava quindi rottami ferrosi attestandoli, fraudolentemente, come materie prime trattate. Nello specifico, i macroconferitori, indicati quali produttori/ detentori iniziali dei rifiuti, provvedevano, in proprio, alla raccolta ed al primo trattamento di grosse quantità di rottami ferrosi. Detti rifiuti speciali pericolosi e non, classificati con codici di comodo venivano successivamente avviati, accompagnati da formulari di identificazione rifiuti alla “Palmieri Francesco” (nella maggior parte dei casi con veicoli di proprietà della stessa), per il loro successivo ulteriore trattamento, operazione per la quale veniva falsamente attestato il possesso delle necessarie autorizzazioni.
La “Palmieri Francesco”, difatti, nonostante la totale mancanza dei necessari titoli autorizzativi, nonché la carenza delle specifiche tecnologie e capacità richieste, aveva realizzato presso la propria sede legale, un impianto adibito al trattamento di ingenti quantitativi di rifiuti speciali pericolosi e non. In pratica, veicoli fuori uso, parti di auto rottamate, rifiuti elettronici e rottami ferrosi in genere venivano sottoposti a trattamenti che ne determinavano prima la riduzione del volume e, soprattutto, la loro miscelazione. L’azienda, successivamente, attestando la produzione di M.P.S., provvedeva alla sua commercializzazione verso imprese compiacenti individuate in Sicilia, Puglia, Basilicata e Campania. Il trasporto del rifiuto, qualificato M.P.S., al fine di renderne più difficoltosa la tracciabilità, veniva, invece, assicurato con vettori della “Ecofuturo s.r.l.”, società anche questa di Lamezia Terme e della quale era amministratore unico lo stesso Francesco Palmieri.
Ufficialmente operante nel campo del commercio all’ingrosso dei rottami ferrosi, la Ecofuturo di fatto veniva utilizzata come ditta trasportatrice della materia prima seconda prodotta illecitamente nella sede dell’impresa “Palmieri Francesco”. Un gioco di incastri che è stato scoperto, dopo oltre un anno di indagini, dal Noe di Catanzaro e che ha portato 166 persone all’iscrizione nel registro degli indagati, all’arresto di un imprenditore, Francesco Palmieri, l’emissione di dieci provvedimenti di obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria e di sette all’obbligo di dimora per sette dipendenti dell’impresa Palmieri Francesco. Inoltre, sono stati sequestrati trentanove veicoli, tra trattori stradali e semirimorchi, che venivano utilizzati per il trasporto illecito dei rifiuti.
In Italia, ogni anno, vengono prodotti circa 5 milioni di tonnellate di rifiuti ferrosi. Nonostante ciò, non esiste una norma che specifichi la differenza tra rifiuto e materia prima seconda. Non solo. In un Paese che continua a sostenere la rottamazione dell’auto (2,5 tonnellate ogni anno del quale almeno il 50 per cento si potrebbe recuperare), non ci sono più impianti che possono trattare e smaltire i rifiuti ferrosi. È in questa vacatio che la criminalità fa affari d’oro. Spesso rimettendo sul mercato nero le stesse vetture, alle quali è stata solo “rifatta” la targa. Come dimostra l’inchiesta di Lamezia Terme.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







