Capodanno disoccupato
VERTENZE. A Pomigliano d’Arco continua la protesta degli ex lavoratori della Fiat. Da anni precarizzati, interinalizzati. Oggi licenziati. «Spostano le produzioni al Nord. Tutta colpa della Lega». Le commesse sono poche, e a pagare è solo il Sud
Trentuno dicembre, primo gennaio e ancora oggi. Non è il calendario delle feste, ma quello di lotta, qui dal municipio di Pomigliano d’Arco, in provincia di Napoli, occupato dai primi 38 metalmeccanici della Fiat licenziati, secondo le tute blu, dal Piano Marchionne. Guardiamo negli occhi le facce segnate dalla durezza della fabbrica, le stesse di Termini Imerese, Melfi, Arese e Mirafiori. Una geografia del dolore che parla di “ristrutturazioni”, “delocalizzazioni”, di chiusura delle fabbriche, al Nord e al Sud.
I lavoratori sostengono che i tagli sono legati all’acquisizione della Chrysler, che assorbirà la costruzione delle auto “pregiate”, Alfa e Lancia, mentre la produzione Fiat si sposterà sempre di più in Polonia e Brasile. «è perché spostano le produzioni dove costa di meno, ma noi che ne faremo delle nostre famiglie?», raccontano Antonio, Gennaro, Marco. Nomi di fantasia. Si stanno esponendo, hanno occupato il Comune, eppure nutrono qualche speranza di essere reintegrati. Temono “’o padrone”, sono il frutto della loro storia. Sono stati oggetto di una graduale e sempre maggiore precarizzazione e interinalizzazione che ha impedito loro di far valere i propri diritti. Il fronte dei lavoratori è stato frantumato fra contratti d’inserimento, di apprendistato, interinali, ecc.
Lavorano per Fiat: eppure, negli anni, dalla Fiat passano da Dhl a Tnt, a Logint, ad Adecco; e il primo gennaio non gli rinnovano il contratto. Sono i primi 38, qui a dormire nella sala consiliare di Pomigliano. Per ora resistono gli altri operai, quelli fortunati, “Fiat a tempo indeterminato”: 5.090 tute blu in cassa integrazione straordinaria fino al 16 novembre 2010. «Ma dopo che succederà?». La Fiat propone un nuovo piano industriale che prevede la fine della produzione delle blasonate Alfa, la “Giulia” viene spostata a Cassino e, grazie ai corsi di formazione della Regione Campania, si riconvertono le tute blu alla costruzione della nuova Panda.
Peccato che il 30 dicembre scorso la Fiat non si sia neanche presentata all’incontro in prefettura per discutere il piano. Il potere contrattuale della casa di Torino è enorme, e Tommaso Sodano, ex senatore Prc, ha ammesso: «Dopo i licenziamenti, un altro schiaffo ai lavoratori e alle istituzioni; o si rispettano i patti o niente incentivi». La Fiat sa che qualche istituzione accorrerà sempre, con finanziamenti pubblici, per limitare i costi sociali delle ristrutturazioni. Dimentica dei miliardi di finanziamenti ricevuti per garantire le occupazioni, dei Patti territoriali attraverso i quali lo Stato le offriva una fiscalità di vantaggio e un regime di vere e proprie gabbie salariali, la Fiat ritiene di aver chiarito tutto a Roma con Scajola.
Gli operai accusano: «La Regione e la Chiesa ci sono vicini, ma Berlusconi non fa nulla». «Tutta colpa della Lega», dice Gennaro. Il ragionamento degli operai è che, grazie al peso specifico della Lega, i tagli si concentrano soprattutto al Sud. Citano gli esempi di alcuni loro colleghi che sono stati “trasfertati” al Nord, dove la Fiat ha concentrato le commesse. Per «non indebolire il Nord», accusano, la Fiat ha preferito pagare stipendi e indennità di trasferta, 3.000 euro, ad alcuni lavoratori. Mentre i ragazzi che occupano il municipio stanno lottando per 750 euro al mese. «La Firema di Caserta, che produce treni, aveva commesse per 100 anni. è stato trasferito tutto alla Ansaldo di Milano e Firema, adesso, sta in cassa integrazione», aggiunge Antonio.
La Regione Campania, intanto, fa sapere che starà vicino ai lavoratori. Sono pronti indennità e sussidi. Ma senza un piano industriale si potrebbe ridurre tutto in sterile assistenzialismo. Concludono i ragazzi: «Fiat dice che quando si raggiungerà il massimo della produzione della Panda, tutti gli operai saranno riassorbiti. Ma questo, forse, accadrà nel 2012. E la cassa integrazione finisce molto prima. Nel mezzo che ci sta?».
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.



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