Chiusura diplomatica a Sana’a
YEMEN. Dopo le ambasciate statunitense e britannica anche quelle giapponese, tedesca e francese hanno deciso di tenere le porte sigillate. L’Italia resta cauta e auspica una decisione europea. Intanto le truppe governative attaccano e uccidono due miliziani
Effetto domino diplomatico a Sana’a, capitale dello Yemen. Paese ormai bollato da tutta la stampa occidentale come «nuova frontiera del terrorismo jiadista». Dopo la decisione di Usa e Gran Bretagna di chiudere le sedi diplomatiche, hanno seguito ieri Giappone, Francia e Germania (al momento solo con la chiusura del consolato). Dimenticandosi, queste ultime, che esiste un’istituzione superiore chiamata Unione europea dotata ormai anche di un alto rappresentante della Politica estera: la neoeletta Catherine Ashton.
A darle un pizzico di importanza ci ha pensato il capo della Farnesina Franco Frattini che ha deciso per il momento di non chiudere i battenti della nostra sede di rappresentanza diplomatica (a questo proposito va ricordato che nel Paese arabo sono presenti dei turisti connazionali). Secondo l’ambasciatore italiano in Yemen, Mario Boffo, il governo yemenita sta reagendo «con vigore» alla minaccia di possibili attentati terroristici a Sana’a. Stamattina due militanti di al Qaeda sono stati uccisi nella zona di Arhab, nei pressi della capitale, durante uno scontro armato con le forze governative.
«Non abbiamo mai pensato di chiudere la sede diplomatica - ha precisato Boffo, aggiungendo però che - la decisione potrebbe cambiare nei prossimi giorni». Pur ammettendo il reale rischio legato alla presenza di cellule terroristiche nel Paese poiché «il controllo del territorio resta difficile», il diplomatico italiano mette in guardia dai facili allarmismi: «La stampa riflette questa realtà con enfasi. Si tratta di una minaccia molto potenziale e molto generale. Nessuno qui ha detto che c’è un piano di attacco specifico. C’è solo il sospetto che possa avvenire, fondato su affermazioni fatte da autorità governative locali».
Ma intanto il ministro degli Esteri yemenita Abu Bakr al Kurbi ha respinto ieri al mittente qualsiasi paragone tra il suo Paese e l’Afghanistan per quanto riguarda la rete terroristica di al Qaeda. «Siamo pronti a rispondere a tutti coloro che pensano di danneggiare la sicurezza, la stabilità e l’unità della patria», ha dichiarato invece il presidente dello Yemen, Ali Abdallah Saleh. «L’esercito - ha aggiunto - è riuscito nel corso degli anni a spezzare ogni forma di complotto da parte dei latori dell’imamismo (ossia gli sciiti, ndr) e della secessione (i ribelli del sud, ndr), ma anche dei terroristi di al Qaeda che indossano le cinture esplosive».
In poche parole il presidente yemenita ha riassunto le tre questioni cruciali per il suo Paese: il conflitto sciita nel Nord (alimentato dagli aiuti militari iraniani), il passaggio di armi che dai Paesi arabi è diretto ai miliziani islamici somali e l’arrivo di quest’ultimi in terra yemenita per trovare rifugio e seguire “seminari d’aggiornamento” del terrore. Problemi su cui i mezzi di comunicazione occidentali hanno finalmente aperto gli occhi. Ma che certo non hanno avuto inizio ieri in concomitanza del fuggi fuggi diplomatico da Sana’a.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.






