Clima, coltivazioni industriali e la tempesta perfetta del cibo

Bruno Picozzi
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NUTRIZIONE. Il ricco Nord del mondo potrebbe scoprirsi presto sottoalimentato: l’allarme è del governo britannico che teme per i prossimi vent’anni disordini, migrazioni e conflitti. Tutti disastri legati a un modello agricolo sbagliato.

 
Il ricco Nord del mondo potrebbe ritrovarsi presto a corto di cibo. L’allarme viene lanciato dal consulente scientifico in capo del governo britannico, prof. John Beddington, secondo cui una «perfetta tempesta» di carenza d’acqua e cibo provocherà disordini, migrazioni e conflitti nei prossimi 20 anni. L’entità del problema è impressionante e senza precedenti, afferma il professor Mike Bevan, direttore sanitario del Cento John Innes di Norfolk: «Dovremo produrre più cibo nei prossimi 50 anni di quanto ne sia stato prodotto nel corso degli ultimi 5mila anni». Infatti, il Vertice mondiale sulla sicurezza alimentare indetto a Roma dalla Fao, lo scorso novembre, ha sottolineato l’importanza del sostegno all’agricoltura. Non quella massiccia e super industrializzata delle multinazionali ma quella povera dei piccoli coltivatori, che da sempre garantiscono nutrimento a tutto il pianeta.
 
Invece, quest’anno il numero di persone sottonutrite al mondo ha superato il miliardo, secondo un rapporto pubblicato dalla Fao il 16 ottobre scorso. Molti commentatori si sono affrettati a sottolineare: «Non accadeva dal 1970». Invece non è mai accaduto prima nella storia dell’umanità. L’errore nasce da una maldestra interpretazione di una frase contenuta nel rapporto che parla del «più alto livello di popolazione cronicamente affamata dal 1970». Nel senso che le statistiche della Fao partono dal biennio 1969-70, quando, in tempi moderni, sono cominciate le catastrofi umanitarie legate al cibo. Povertà e malnutrizione sono sempre esistite ma nel passato la sicurezza alimentare delle popolazioni era affidata alle conoscenze secolari delle comunità contadine. Siccità e inondazioni portavano carestie ma, nei cicli immutabili dell’agricoltura, alla tempesta seguiva sempre il sereno.
 
Fino all’Ottocento, in Europa come in Africa la povertà e la fame erano ugualmente endemiche e i dati storici sulla ricchezza nel mondo in epoca preindustriale non fanno grande distinzione tra California, Abruzzi e Sahel. Poi il mondo è cambiato, le coltivazioni industriali hanno preso il sopravvento e le regole del commercio globalizzato si sono imposte sui cicli dei raccolti. Oggi, senza gli aiuti alimentari benevolmente concessi dalle economie dei Paesi ricchi, interi popoli sarebbero falciati dalla fame nel corso di una sola cattiva stagione. E che non si parli di bontà o carità perché gli aiuti alimentari rappresentano essi stessi un commercio assai lucrativo. Gli Stati Uniti, ad esempio, comprano i surplus della loro produzione interna a prezzi superiori a quelli di mercato e li donano gratuitamente alle varie Ong. Nel fare questo affrontano costi assai maggiori rispetto ad altre tipologie di intervento umanitario e uccidono i mercati locali nei Paesi di destinazione, ma sostengono la produzione agricola interna e tanto basta.
 
Pratiche ottuse e interventi sbagliati sono stati per decenni il fulcro del mantenimento della povertà estrema nel mondo. Ma se prima la produzione mondiale di derrate alimentari era largamente sufficiente ai bisogni dell’umanità, e il problema era piuttosto la diseguale e ingiusta ripartizione di ricchezze e consumi, oggi si comincia a vedere il limite ultimo della produzione di cibo mentre la popolazione continua a crescere vertiginosamente. La sottonutrizione oggi è una realtà estesa in Asia e nel Pacifico dove gli affamati sono 642 milioni, Nell’Africa sub-sahariana sono 265 milioni, in America Latina e Caraibi 53 milioni, nel Vicino Oriente e nel Nord Africa 42 milioni. 15 milioni nei Paesi sviluppati. Ma sono le percentuali a spaventare davvero. I sottonutriti sfioravano il 35 per cento della popolazione nel 1970, quando si cominciò a lavorare seriamente, fino quasi a toccare il 15 per cento nel biennio 2004-06.
 
Poi sono cominciati gli effetti della distrazione globale di risorse dalla “lotta alla povertà” alla “guerra al terrore”, seguiti dalla crisi finanziaria del 2008. La percentuale di affamati ha ricominciato a crescere e oggi ci avviciniamo al 20 per cento della popolazione globale. A pagare il costo delle guerre sono sempre i più poveri. A questo ritmo, quando nel 2012 saremo 7 miliardi, quasi un miliardo e mezzo di persone saranno cronicamente affamate. E con le conseguenze derivanti dai cambiamenti climatici la situazione potrebbe rivelarsi anche peggiore. Inutile dire che questo si tradurrà in enormi spinte migratorie verso la sicurezza alimentare garantita nei Paesi ricchi, almeno fin quando la disponibilità di cibo sarà compatibile con i bisogni del mondo in via di sviluppo e con le regole del commercio globalizzato. Se i grandi produttori di cereali dovessero cominciare a ridurre le esportazioni per privilegiare il consumo interno, chissà per quanto tempo noi ricchi occidentali potremmo sopravvivere nelle nostre fortezze dorate.

La prima pagina del giornale
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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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