Contro le frane basta la natura
Nel periodo in cui sono stato presidente del Parco nazionale del Vesuvio, tra il 1997 e il 2001, abbiamo messo in atto un grosso progetto di ingegneria naturalistica, utilizzando una buona parte della mano d’opera derivante dagli oltre 180 lavoratori socialmente utili (Lsu) messi a disposizione dal Governo. C’è stato un momento in cui nel Parco erano attivi oltre 15 cantieri in contemporanea e gli Lsu si sono dimostrati degli ottimi operai specializzati in questo tipo di opera. L’ingegneria naturalistica, per chi non lo sapesse, è un sistema di intervento sul territorio che evita l’utilizzo di malte cementizie e altri materiali del genere, sostituendoli con le piante vive.
Queste, con il loro apparato radicale, ad esempio, possono trattenere il suolo prevedendo le frane, oppure possono svolgere interventi fitodepurativi e tante altre applicazioni. Il tutto, ovviamente, a impatto zero, anzi con interventi che migliorano di molto la condizione ambientale. Si badi bene, non è così semplice come io la sto descrivendo in estrema sintesi, la disciplina è complessa, richiede una elevata specializzazione, calcoli strutturali, serietà di approccio, interdisciplinarietà, come dovrebbe essere qualsiasi intervento serio si vada a realizzare su di un territorio, soprattutto se questo è un Parco nazionale.
Uno dei problemi che avevamo sul territorio era la frequenza delle frane che da tempo immemore funestavano alcune zone durante le piogge più assidue. I suoli lavici sono spesso incoerenti e si imbibiscono facilmente di acqua, ingrossandosi e scivolando a valle, soprattutto se poggiano su substrati di roccia lavica. è un po’ quello che è successo, con esiti tragici, a Sarno qualche anno fa. Dovendo agire in un Parco escludemmo di intervenire con cemento e altri materiali impattanti e impermeabilizzanti e puntammo quindi sulle piante, utilizzando appunto le tecniche di ingegneria naturalistica.
Con sistemi particolari, anche alquanto complessi (gabbionate, palizzate, intrecci vari con legno e apparati radicali) piantavamo anche alberi, rigorosamente autoctoni, per trattenere il suolo con l’apparato radicale. Con il passare del tempo ci accorgevamo, non senza soddisfazione, che la cosa funzionava e che le popolazioni non si lamentavano più per le microfrane che da tempo immemore scivolavano a valle con danni alle sedi stradali, ma anche alle coltivazioni e alle abitazioni. La storia vesuviana conta diverse vittime per questo tipo di dissesto idrogeologico. Questi successi e questi apprezzamenti ci incoraggiavano ad andare avanti e ci resero sempre più sicuri del nostro operare. A un certo punto ci siamo trovati di fronte ad una situazione interessante.
Stavamo lavorando al ripristino di un vecchio e molto bel sentiero sul Monte Somma e ci imbattemmo in una zona dove il suolo piroclastico era franato perché non più trattenuto dagli alberi. Un incendio di qualche anno prima li aveva bruciati e uccisi e la conseguenza era stata la frana. Decidemmo allora di intervenire con tecniche di ingegneria naturalistica e recuperammo il costone, piantando poi anche vari alberi. A dimostrazione di quanto fossimo convinti che gli alberi non ci avrebbero mai traditi, anzi che crescendo sarebbero stati ancora più saldi nel trattenere il suolo, collocammo una panchina proprio sotto il costone, certi che lì ci si sarebbe potuti sedere senza alcun rischio. Sono trascorsi da allora dieci anni.
La panchina è lì e non è stata mai coperta da suolo franato, gli alberi sono cresciuti e ora la foresta è rigogliosa e bellissima da vedere, il suolo è ben ancorato dalle radici e nessuno di coloro che si è fermato per riposare ha corso rischi. Era una scommessa con noi stessi, ma soprattutto si è trattato di un atto di fiducia nei confronti di quelle straordinarie creature che sono gli alberi. Esseri viventi silenziosi che, anno dopo anno, crescono e si sviluppano senza chiedere nulla agli uomini in termini economici, ma restituendogli tantissimo da questo punto di vista. Nessuno si è preso la briga in questi anni di quantificare quanto la comunità ha risparmiato in termini di costi (a volte purtroppo anche umani!) per il fatto che non si sono verificate emergenze dovute a frane.
Delle frane si parla solo quando avvengono, mai quando non avvengono, eppure se ciò è il motivo è perché loro, gli alberi, stanno lì, silenziosi, ancorati al suolo con le loro radici. Quegli alberi che, invece, non c’erano più sulla montagna di Sarno e che nessun amministratore ha mai pensato di andare a piantare. Ma, si badi bene, non opere di forestazione a caso, prive di pianificazione corretta ed eseguite da persone incompetenti e con specie alloctone, un progetto serio di applicazione naturalistica alla montagna.
I motivi per cui ci si comporta così sono tanti: l’ignoranza in primo luogo (quanti italiani sanno riconoscere le specie arboree delle strade delle loro città?), economica sicuramente: le opere di ingegneria naturalistica costano molto, ma molto di meno di quelle in cemento e le ditte specializzate non rientrano nel giro della criminalità organizzata, sfiducia nelle potenzialità della natura e non, invece, in quella degli uomini: “Vuoi mettere la sicurezza che ti dà il cemento con quella degli alberi?”. La mia risposta è sì, voglio che si faccia il confronto e vorrei che in tanti si andassero a sedere su quella panchina nel Parco e guardando gli alberi che li sovrastano, dentro di loro, li ringraziassero.






