Coppa d’Africa, attentato al Togo. Il terrorismo insanguina il pallone
CALCIO. Tre membri della delegazione rimasti uccisi dall’agguato a opera del Flec, il movimento separatista dell’Angola. Oggi il torneo partirà ugualmente ma appare certo il ritiro della squadra. Lo chiedono i club europei e i connazionali
Il male è fatto. La nazionale del Togo sicuramente non giocherà più l’edizione 2010 della Coppa d’Africa. Allora ce l’ha fatta il Flec, movimento separatista dell’Angola, che venerdì ha provato a far annullare la competizione, attaccando con armi l’autobus della nazionale togolese, uccidendo l’autista, l’allenatore in seconda e il capo ufficio stampa, e ferendo nove persone della delegazione, tra cui il secondo portiere, in grave condizioni. Nonostante l’attacco, inizia oggi a Luanda l’avvenimento più popolare del continente, momento di scambio e convivenza tra giovani e popoli africani.
Dall’ospedale dove sono stati ricoverati, i giocatori del Togo, ancora sotto shock, hanno espresso il desiderio di tornare al più presto a casa. «Il calcio è meno importante rispetto alle nostre vite e alle nostre famiglie», ha dichiarato il fuoriclasse del Manchester City e capitano del Togo, Emmanuel Adebayor. Il giornalista angolano Cristòvão Luemba, dell’emittente cattolica Radio Ecclesia, è stato testimone dell’attacco e ha raccontato ai colleghi francesi che «tutto è iniziato verso le ore 14, quando il convoglio andava alla riunione degli enti locali del governo della regione angolose del Cabinda (dove si giocheranno le partite del girone”B” della Coppa d’Africa, ndr) e i membri dell’organizzazione, vicino alla frontiera di Massabi.
La delegazione del Togo veniva da Pointe-Noire (Congo Brazzaville via terra). Sulla strada tra Massabi e la città di Cabinda, a 2 o 3 chilometri dal centro urbano, è stata sorpresa dai colpi di arma da fuoco». Gli autori dell’agguato erano uomini incappucciati, poi è arrivata la rivendicazione da un comunicato dalle forze di liberazione del Flec: «Quest’attacco che ha appena causato una morte e tre feriti gravi - ha scritto il movimento separatista - è solo l’inizio di una serie di azioni determinate che continuerà senza sentenza nell’insieme del territorio del Cabinda». Sia la Confederazione africana di calcio, che ha condannato l’episodio, sia il comitato di organizzazione, che Terra ha potuto sentire telefonicamente sabato, hanno escluso l’ipotesi del rinvio per la competizione. Però, è già polemica tra il governo angolano e la delegazione del Togo, sulla scelta di far viaggiare la squadra con l’autobus senza avvertire le autorità del Paese ospitante.
Il regolamento della Caf prevede infatti che tutte le squadre partecipanti alla Coppa d’Africa dovrebbero usare l’aereo. Questa scelta logistica è frutto del conflitto interno nella Federcalcio del Togo guidata da Gnassingbe Balakiyem Rock, figlio dell’ex dittatore Eyadema, e suo fratello, Faure Gnassingbe, attuale presidente del Togo, che gestiscono il potere come una ditta familiare. Gli attacchi, avvenuti a due giorni del primo fischio, non permettono di cambiare il luogo delle partite del girone “B” previste nella pericolosa regione del Cabinda, dove, nonostante l’ottimismo dell governo, la pace è fragile da sempre, con il Flec e altri movimenti separatisti che intendono approfittare della Coppa per portare in luce il desiderio di controllare questa regione petrolifera.
Sabato, mentre la Caf e il governo stavano valutando la sicurezza, il presidente togolese sentiva i membri della sua delegazione in Angola, per decidere se il Togo, una delle squadre più importanti, lascerà o meno la Caf in cui era tra i favoriti. Il giornalista togolese James Kunatey della Radio Kanal a Lomie, al telefono di Terra, racconta che ieri, nella trasmissione mattutina, dopo l’annuncio delle vittime, 24 togolesi su 25 si sono detti favorevoli al ritiro della squadra. Issa Hayatou ,il presidente della Caf e il premier angolano Fernando da Piedade Dias dos Santos sperano con poca convinzione nel contrario, perché lo sport vinca sul terrorismo.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.






