Due agenzie europee contro la criminalità transfrontaliera
GIUSTIZIA. Il Trattato di Lisbona appena entrato in vigore contiene importanti riforme. Tra queste la possibilità per Europol e Eurojust di avviare le indagini. In questo modo la Ue si è dotata di un braccio investigativo e un altro operativo
Il primo dicembre scorso è entrato ufficialmente in vigore il Trattato di Lisbona. Si tratta di un’importante riforma che recepisce parte delle innovazioni contenute nella Costituzione europea, bocciata dai cittadini comunitari. Il Trattato trasforma compiti e ruoli di molti organismi comunitari. A breve diventeranno quindi operative anche le radicali modifiche degli apparati giudiziari europei.
L’Eurojust è un’agenzia dell’Unione europea istituita nel 2002 per «promuovere il coordinamento di indagini e procedimenti giudiziari fra gli Stati membri dell’Ue nella loro azione contro le forme gravi di criminalità organizzata e transfrontaliera». Una Procura europea con sede all’Aja, in Olanda, che conta 27 giudici, uno per ogni Stato membro. Fino ad ora tra suoi compiti c’era quello di «chiedere alle autorità nazionali competenti di svolgere un’indagine o perseguire determinati atti, coordinare le autorità competenti, istituire una squadra investigativa comune o fornire tutte le informazioni necessarie».
Tra i nuovi poteri che il Trattato consente a Eurojust c’è ad esempio «l’avvio e il coordinamento di indagini ed azioni penali». È una riforma radicale e sostanziale. Perché il testo stabilisce inoltre che «la Procura europea è competente per individuare, perseguire e rinviare a giudizio, eventualmente in collegamento con Europol, gli autori di reati che ledono gli interessi finanziari dell’Unione e i loro complici». Per arrivare a questa riforma ci sono voluti cinque anni di intense trattative tra gli Stati dell’Unione. L’obiettivo è quello di creare di un sistema giudiziario europeo indipendente.
Con poteri e compiti ben precisi, nella lotta contro la criminalità sovranazionale all’interno del territorio comunitario. «È un grande cambiamento - spiega dall’Olanda il giudice italiano di Eurojust, Filippo Spezia - perché coordineremo l’azione penale delle diverse autorità nazionali ma avremo anche il potere di decidere e dare il via in proprio sia alle indagini che all’azione penale. In pratica diventeremo i pubblici ministeri europei, competenti per tutti i reati di cui si occupa Europol».
E la riforma, ovviamente, riguarda anche il servizio di intelligence europeo: l’Europol. Nato nel 1992 ha sede sempre nei Paesi Bassi, a Le Hauge. A livello internazionale combatte la criminalità, occupandosi principalmente di traffico di droga, della tratta degli esseri umani, del contrabbando di valuta, sostanze tossiche e radioattive, di terrorismo, pedopornografia e immigrazione clandestina. Il suo compito, fino ad ora, era fornire sostegno agli inquirenti degli Stati membri. Spesso su esplicita richiesta delle forze dell’ordine di un Paese membro. Ora però con il Trattato di Lisbona si trasformerà in una vera e propria polizia europea.
Tra i nuovi poteri di Europol c’è anche «la raccolta, l’archiviazione, il trattamento, l’analisi e lo scambio delle informazioni trasmesse, in particolare dalle autorità degli Stati membri o di Paesi o organismi terzi». Ma soprattutto «il coordinamento, l’organizzazione e lo svolgimento di indagini e di azioni operative, condotte congiuntamente con le autorità competenti degli Stati membri o nel quadro di squadre investigative comuni, eventualmente in collegamento con Eurojust». In pratica questi due organismi in futuro potrebbero aprire un’inchiesta sulla ’ndrangheta e sul traffico di cocaina tra Spagna e Italia.
Oppure ad esempio indagare sul riciclaggio del denaro sporco delle mafie in tutto il Vecchio Continente. Ma anche sul traffico internazionale di rifiuti tossici, sulle navi dei veleni, le ecomafie, i reati ambientali. «Per la prima volta - spiega il direttore di Europol, Rob Wainwright - abbiamo la possibilità di investigare su serial killer, gruppi terroristici e trafficanti di droga che si muovono attraverso l’Europa, in modo veloce e diretto». Il Trattato rafforza la stretta collaborazione tra i due organismi, dando all’Unione europea un braccio investigativo autonomo (Eurojust) e un altro operativo (Europol). Agenzie in grado di avviare azioni contro la «criminalità grave che interessa due o più Stati membri».
Ma soprattutto vengono stabiliti, in modo chiaro e univoco, «struttura, funzionamento, sfera d’azione e compiti», di questi due organismi. E nel caso un Paese non collabori «il Consiglio europeo, previa consultazione del Parlamento europeo, deliberando secondo una procedura legislativa speciale, può stabilire misure riguardanti la cooperazione operativa tra le autorità compresi i servizi di polizia, delle dogane e altri, incaricati dell’applicazione della legge specializzati nel settore della prevenzione o dell’individuazione dei reati e delle relative indagini». In pratica l’Unione potrà obbligare le forze dell’ordine di un Paese membro a condurre le indagini con la supervisione di Eurojust e Europol. Oppure di avviare autonomamente l’attività investigativa e giudiziaria.
Un’ipotesi che ovviamente non trova tutti gli Stati favorevoli. Tuttora sono in corso incontri e riunioni tra i governi dell’Ue per mettere a punto le linee guida operative. Come quella dell’11 dicembre scorso, quando al Consiglio europeo è stato approvato il programma di Stoccolma con le priorità, nei prossimi cinque anni, anche per la cooperazione giudiziaria, doganale e la lotta al crimine.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







