Favara, crollo con morti
POVERTA'. Si sbriciola un edificio in una zona degradata della cittadina in provincia di Agrigento. Le vittime sono due bambine, Marianna, 14 anni, e Chiara, 4 anni. L’urbanista Paolo Berdini: «Lo Stato non offre assistenza abitativa alle famiglie in difficoltà»
Crolla un edificio e muoiono due bambine. Ennesima, evitabile, tragedia che si consuma nel nostro Paese. Questa volta è successo a Favara, in provincia di Agrigento. Poco dopo le 7 del mattino una palazzina si è sgretolata in piazza del Carmine, nel centro storico della cittadina. La casa era abitata dalla famiglia Bellavia. Giuseppe e Giuseppina, marito e moglie, sono riusciti a mettersi in salvo, feriti in modo lieve. I loro tre figli però sono rimasti sotto le macerie. La piccola Marianna, 14 anni, è stata estratta senza vita dai resti dell’abitazione. Chiara, di 4 anni, è deceduta subito dopo essere stata tirata fuori. Al disastro è scampato solo Giovanni, 12 anni, che è riuscito a parlare con i soccorritori grazie a un telefono cellulare. Il bambino è ora ricoverato nel reparto di pediatria dell’ospedale San Giovanni di Dio di Agrigento.
La palazzina era composta da un magazzino sotterraneo, un pianterreno e due piani superiori. Le cause del crollo devono ancora essere accertate, ma per il momento l’ipotesi più accreditata è quella di un cedimento strutturale, in una zona ribattezzata dagli abitanti del «calvario», in cui erano già cadute alcune case adiacenti a quella sgretolatasi ieri. Particolari che evidenziano come la tragedia di Favara è solo l’ultimo di una lunga catena di eventi luttuosi dovuti a una carenza della politica urbanistica ed edilizia che affligge l’Italia da sessant’anni. «In questo Paese non esiste più una politica della casa e non si costruiscono più abitazioni pubbliche», sottolinea Paolo Berdini, urbanista e docente presso la facoltà di Ingegneria dell’Università di Tor Vergata a Roma.
«Le città sono state lasciate interamente, o quasi, in mano al mercato. Si tratta di un errore enorme, perché non possono essere gli interessi dei privati a modellare i centri urbani e a deciderne lo sviluppo. Se questo avviene il risultato è che chi non ha la possibilità di acquistare una casa ai prezzi elevatissimi di oggi corre il rischio di vedersi crollare il tetto addosso, come è successo ieri a Favara». In mancanza di interventi adeguati, avverte il professore, quello dei crolli rischia di diventare un problema all’ordine del giorno, visto che l’invecchiamento dei manufatti è un fenomeno ineludibile. «Il dramma di ieri è di una gravità inaudita per un Paese ricco e che si pretende civile come il nostro. Queste persone avevano chiesto più volte l’assistenza alloggiativa, un aiuto che però non gli è mai stato fornito». Il sindaco di Favara, Domenico Russello, ha spiegato che la famiglia Bellavia non era in graduatoria per l’ottenimento di una casa popolare.
Dieci anni fa nella cittadina erano stati realizzati 56 alloggi popolari che, però, non sono mai stati assegnati. Nel corso del tempo le abitazioni hanno subito atti di vandalismo, e anche se la giunta comunale è riuscita a ottenere dalla Regione 1,5 milioni di euro per la ristrutturazione, i lavori di restauro non sono ancora cominciati. «Un’amministrazione capace di governare il proprio territorio sa perfettamente dove esiste la necessità di intervenire», insite Berdini. «Sostenere semplicemente che la famiglia Bellavia non aveva i requisiti per accedere all’assegnazione di un alloggio popolare significa cercare di aggirare il vero problema, che è quello della carenza di questo tipo di strutture». Carenza il più delle volte collegata alla mancanza di fondi o di aree edificabili, anche se il problema non è sempre di natura economica o tecnica.
«Ci sono casi in cui a bloccare gli interventi è semplicemente il timore di costruire case popolari, che nella cultura odierna vengono identificate con il degrado», spiega l’urbanista. Che conclude: «Invece di identificare l’edilizia pubblica con il male, si dovrebbe piuttosto riflettere sul fatto che questo tipo di alloggi rappresenta un importante elemento di integrazione sociale e umana, imprescindibile per il nostro Paese».
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







