Gli scavi e i sogni rubati di un archeologo appassionato

Danilo Chirico
scavi archeologici.png

LUOGHI PRECARI. Walter Grossi, 33 anni, romano, coordinatore dell’Associazione nazionale archeologi, racconta le peripezie di una categoria composta da 10mila persone senza tutele e riconoscimenti. Eppure stiamo parlando dell’Italia, il Paese che per la sua storia dovrebbe fare dell’archeologia una risorsa perfino economica. Ma il piacere per il proprio lavoro aiuta a resistere e a fare belle esperienze, come all’indomani del terremoto in Abruzzo. E poi c’è la voglia di cambiare una situazione insopportabile.

Tutta colpa della nonna. «Sai quelle brutte cose che ti capitano da bambino? Che ti vengono quelle passioni e non le domini più? Beh, a me la passione per l’archeologia l’ha fatta venire mia nonna». Ride, si diverte Walter Grossi, 33enne romano, archeologo, a ricordare la sua infanzia. La nonna di Walter lo viziava. Non con i giocattoli, però. «Con i libri di storia, ce li ho ancora tutti», rivela. Da lì la passione per gli scavi, per i resti antichi, per le ricerche. Così, finite le scuole superiori, si tuffa subito nel sogno dell’archeologia: prima una laurea in lettere («quinquennale, vecchio ordinamento, gruppo archeologia», precisa), poi «la scuola di specializzazione triennale». A nulla è valsa l’opinione dei genitori che «speravano facessi un lavoro più sicuro», dice. La strada ormai era tracciata. E oggi Walter non solo fa l’archeologo, ma dallo scorso aprile è coordinatore nazionale dell’Ana, l’Associazione nazionale archeologi (www.archeologi.org).
 
Il suo primo lavoro è «nei cantieri di assistenza», quei cantieri che si aprono per lavori di cablaggio, per realizzare tubature o impianti fognari e che sono il terrore di tutti gli automobilisti. «Era il 2000, in via Cremona, stavo nel cantiere di un’azienda telefonica - dice tornando indietro con la memoria - seguivo i lavori di un escavatore che realizzava una lunga trincea da dove dovevano passare i cavi». Basta rifletterci: in una città con una storia come Roma «tutti i cantieri dovrebbero avere un archeologo - sottolinea Walter - basta scavare ed esce fuori di tutto, sarebbe uno straordinario mercato ma purtroppo non è così». L’assistenza è uno dei lavori principali in questo momento, ma «purtroppo la legge approvata recentemente ancora non è applicata e gli archeologi vengono chiamati solo dopo l’avvio dei lavori e dopo la progettazione, questa cosa fa perdere un sacco di tempo anche rispetto alla durata dei cantieri».
 
A farne le spese, i cittadini. Dai tempi di via Cremona, Walter è sempre riuscito ad arrangiarsi facendo il suo mestiere tranne che in un breve periodo in cui s’è ritrovato a fare lo strillone per Repubblica a Villa Borghese: «Guadagnavo a copia di giornale, ma facevo molti più soldi con le mance che mi lasciavano le signore», a cui evidentemente stava molto simpatico. Il primo vero scavo archeologico invece Walter lo fa al Campidoglio, nel Giardino romano, quando si decise di coprirlo e trasformarlo in una delle sale di rappresentanza del Comune. «Ci sono stato sei mesi, ci davano un rimborso spese, ma a quei tempi andava bene così », anche perché i ritrovamenti furono «straordinari». Non è stato l’unico scavo importante. Un altro bellissimo lavoro Walter, per esempio, lo ha fatto alle Macine di Albano dove il lago, «dopo oltre quattromila anni, si sta ritirando: incredibilmente è tutto conservato, dalle ceramiche al legno delle palafitte».
 
Ci sono state tre campagne di scavi, ma adesso non si trovano più i soldi per andare avanti spiega Walter - e quel luogo, nonostante le recinzioni, è soggetto a furti e saccheggi. Un vero peccato. Per fortuna che almeno alcuni studi e alcune tesi di laurea sono state fatte, almeno si sa cosa abbiamo trovato», osserva amareggiato. Il lavoro pagato meglio invece Walter l’ha fatto a Tivoli «in un vecchio pastificio, costruito su una delle terrazze di un tempio - racconta - volevano fare la ristrutturazione e ci hanno detto di fare i controlli: mi hanno pagato 158 euro al giorno per 8 giorni. Una buona cifra, che però mi hanno dato dopo un anno». Ma c’è una cosa di cui Walter e la sua Ana vanno particolarmente fieri: la campagna fatta come volontari in Abruzzo, dopo il terremoto. «Siamo stati nella necropoli di Fossa dove abbiamo pensato di intervenire in auto alla soprintendenza. Abbiamo promosso la pulizia e la messa in sicurezza del sito.
 
In qualche caso - insiste - abbiamo anche portato noi i beni di prima necessità nelle tendopoli ». E sempre ai ragazzi di Fossa quest’anno l’Ana ha dedicato l’edizione autunnale di Archeotram, organizzata dall’associazione La Pepita, un giro sui tram storici dei siti archeologici di Roma. «Un progetto riuscitissimo », chiarisce e che è ripartito proprio ieri. Unificare una categoria Intanto, al di là delle iniziative, c’è da capire come possa reggere nell’Italia di oggi la professione dell’archeologo. Per questo Walter ha deciso di impegnarsi nell’Ana, che raduna oltre 1.200 professionisti in tutta Italia. L’idea è quella di «unificare il mondo degli archeologi e tutelare la categoria nel suo complesso visto che in Italia non esistono né un albo né un ordine». Spiega: «Dallo scorso giugno esiste una nuova legge che prevedeva, almeno, che il ministero dei Beni culturali entro lo scorso settembre individuasse i criteri per creare una lista nazionale che potesse essere consultata dai committenti: ancora non è stato fatto». Un ritardo che pesa nella vita degli archeologi.
 
Eppure, si trattava di «un primo passo verso una regolamentazione a garanzia di tutti: noi - sottolinea abbiamo promosso elenchi nelle Regioni e nelle soprintendenze, ma fino a quando non ci sarà una legge quadro nazionale con criteri chiari non avremo risolto nulla». Pertanto oggi quello che accade nel mondo dell’archeologica, «tra partite iva e cocopro», non si può neanche provare a raccontare e sintetizzare: «Gli archeologi vengono pagati da 50 a 300 euro (in pochissimi casi) al giorno, ma senza diritti e soprattutto senza continuità». Che significa difficoltà «a fare una vita normale, a farti concedere un mutuo, a iscrivere i figli all’asilo, persino a relazionarsi con le aziende e le soprintendenze che hanno sempre il coltello dalla parte del manico». Il risultato è che sui circa 10mila archeologi che lavorano in Italia (il 70 per cento rappresentato da donne), «la maggior parte, dopo avere studiato dieci o quindici anni, decide di lasciare. E spesso lo fa intorno ai 35 anni. Vanno alla ricerca di altro, di qualcosa che li faccia sopravvivere ».
 
Non solo un danno per le singole persone, «ma una perdita grave per tutto il Paese che prima fa degli investimenti sulle persone e poi butta tutto a mare». Sono fatti importanti, secondo Walter e l’Ana, che vanno raccontati, che servono anche a chi intende studiare per diventare archeologo: «Bisogna sapere a cosa si va incontro quando ci si iscrive all’università », dice. Poi ne approfitta per aggiungere una postilla: «Anche rispetto ai corsi universitari bisognerebbe fare delle correzioni: nessuna università, per esempio, prevede dei corsi sulla sicurezza e poi ci sono troppi corsi che assegnano titoli» e il mercato già difficile si sta inflazionando.
 
Nel frattempo, e consapevoli di tutte le difficoltà, però, «bisogna cominciare a creare le condizioni perché l’archeologo sia davvero una risorsa per il nostro Paese - osserva - grazie a un lavoro di valorizzazione dei beni culturali che non può essere solo avere dei bookshop all’uscita dei musei. Si deve creare un circuito positivo che, dalla giusta tutela dei beni culturali, passi all’idea altrettanto giusta della valorizzazione». Certo, in questo senso, non aiutano «i pesantissimi tagli al ministero dei Beni culturali né il fatto che si faccia un concorso ogni quindici anni». Se si vuole fare un salto di qualità, a parere di Walter, invece, «il ministero per i Beni e le attività culturali deve diventare strategico per l’Italia, oggi appare il contrario ». Non è tutto negativo, naturalmente, e i primi risultati del lavoro fatto con l’Associazione «cominciamo a vederli e questo nonostante i ritardi della politica e persino dei sindacati: nessuno vuole i soviet, servono invece regole e criteri certi, a tutela degli archeologi e del Paese».
 
La situazione è difficile, tanto difficile che se gli chiedi qual è il suo scavo dei sogni, risponde: «Lo scavo dei sogni non serve più. Servono libertà, lavoro e diritti. È quello lo scavo dei sogni». Pure il futuro degli archeologi sta rubando questo Paese. La conferma arriva subito. Con una telefonata: una segnalazione per un bando discutibile, e a danno degli archeologi, che riguarda la Sardegna. Un iscritto all’Associazione chiede un intervento dell’Ana. Scappa a casa per scrivere una lettera alla soprintendenza e un comunicato stampa. E si ricomincia. Per fortuna che anche la sua compagna è archeologa. Lei capisce (perché le vive) le difficoltà di chi fa questo mestiere e non pretende di fare passi più lunghi della gamba. Ma fino a quando si può aspettare?
danilochirico@dasud.it

La prima pagina del giornale
2412_TERRA_001.jpg

Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
Ultime discussioni
OpinioneIl Dio dei gatti
da robertod1961
 - 29/01/2012 - 16:05
OpinioneIl corporativismo al tempo di Monti
da pietro ancona
 - 24/01/2012 - 15:31
OpinioneIl precariato nella tragedia della Concordia
da pietro ancona
 - 15/01/2012 - 12:29
OpinionePerché ho sognato anch'io lo stesso ricordo
da Pietro Autier
 - 29/12/2011 - 13:29
OpinioneUcciso su una croce e intriso di dolore
da giuliano lazzari
 - 29/12/2011 - 13:16
OpinioneBerlusconi condannato ad un servizio socialmente utile
da robertod1961
 - 26/12/2011 - 10:50
OpinioneAgli altri dedico questa canzone buona per tutte le ore
da Pietro Autier
 - 24/12/2011 - 08:43