Haiti conta i morti

Susan Dabbous
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TERREMOTO. Arrivano sull’isola i primi aiuti internazionali. Difficile anche solo raggiungere i feriti. Le strade sono piene di cadaveri. I bambini vagano come fantasmi: senza genitori, affamati, feriti, svestiti e scalzi. Ong al lavoro per dare loro riparo

Nella giornata di ieri la macchina degli aiuti internazionali è entrata in azione. Ma non è stato ancora possibile fare una stima certa della portata devastatrice del terremoto che si è abbattuto su Haiti. Il presidente dell’isola caraibica, René Preval, ha parlato di almeno 100mila morti, la Croce rossa internazionale invece ha dimezzato la cifra a 50mila vittime, tre milioni di persone i senza un tetto. A fornire il dato forse più drammatico è l’organizzazione non governativa Save the children: circa due milioni i bambini colpiti, in vario modo, dal sisma. In soli 60 secondi il terremoto ha portato via tutte le loro certezze.
 
Senza genitori, affamati, feriti, svestiti e scalzi i bambini di Haiti vagano come piccoli fantasmi sull’isola dove la terra ha tremato martedì scorso raggiungendo i 7,3 gradi della scala Richter. Dopo aver passato la seconda notte consecutiva all’aperto e sotto la pioggia, ieri i primissimi aiuti sono serviti proprio a loro, alle vittime più vulnerabili che meritano specifiche tutele. «Non si contano i bambini e le famiglie che hanno bisogno di un posto sicuro dove ripararsi - ha dichiarato da Haiti Ian Rodgers, esperto in emergenze di Save the children -. Ovunque c’è solo distruzione e in questo momento è difficile anche solo raggiungerli i feriti. Per un disastro di tali proporzioni servono risposte a lungo termine».
 
Dello stesso avviso anche il direttore della sezione italiana della Ong, Valerio Neri, impegnato a coordinare le operazioni di primo soccorso: «In questi casi la priorità è mettere i piccoli al riparo, in un luogo sicuro, e poco importa se non ci sono strutture adeguate. A L’Aquila dopo il sisma abbiamo sistemato i bambini in cinque tende, l’importante è fornire loro un punto di riferimento che sostituisca quelli perduti. Parliamo di bimbi che non hanno più una casa, i cui genitori sono morti, feriti o dispersi». Si chiamano Child friendly space (luoghi adatti per l’infanzia), questi spazi in cui vengono accolti i minori. Una volta censiti, in una sorta di anagrafe dei vivi, quando possibile, vengono ricongiunti alle proprie famiglie. Ma ciò di cui hanno maggiormente bisogno, oltre alle cure mediche, è l’assistenza psicologica, visto il profondo stato di shock.
 
I bambini devono affrontare il trauma. «Li mettiamo nella condizione di poter disegnare e organizziamo giochi di ruolo in cui si mima il momento del terremoto - continua Neri -. Spesso per loro vedere un amico che muore simboleggia la fine di tutto. Così iniziano a presentare disturbi del sonno e dell’alimentazione». Ma il ruolo delle organizzazioni umanitarie non è solo quello di dare assistenza sul piano medico e psicologico. Le aree in cui operano possono rappresentare dei veri e propri rifugi da soprusi, violenze, saccheggi e abusi sessuali.
 
«Operiamo ad Haiti dal 1985 e la situazione era disperata già prima del terremoto - continua il direttore di Save the children - con un elevato sfruttamento del lavoro minorile, gli abusi sessuali molto frequenti, i problemi sanitari (malnutrizione, malattie, diarrea) e un basso tasso di alfabetizzazione. Un inferno». Un’area molto sismica, crocevia di uragani, con un elevato tasso di criminalità. L’arrivo di 3.500 soldati statunitensi, annunciato dal presidente americano Barack Obama, servirà anche ad arginare possibili moti violenti, già iniziati con spari per strada e diffusi episodi di sciacallaggio.
 
Ma al momento non è questa la priorità. La corsa contro il tempo è per estrarre i vivi dalle macerie e dare una degna sepoltura ai morti disseminati per le strade, in attesa che qualcuno se li porti via per scongiurare il rischio epidemie. Anche per questo la capitale, Port au Prince (1.300.000 abitanti), è stata rinominata “la città cimitero”. Per ricostruirla ci vorranno anni, mentre i bambini la forza di ricominciare a giocare, superando la tragedia, la devono trovare subito.  

La prima pagina del giornale
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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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