I cittadini contro la Regione. La discarica d'amianto nell'oasi
PROGETTO. Nel 2008 viene presentata la domanda di valutazione d’impatto ambientale. Oggi i Comuni e 5mila cittadini sono mobilitati per fermare questo scempio. Nemmeno le alternative validate dall’Enea hanno fermato la minaccia.
Quei grossi buchi sul terreno che la Regione Veneto vorrebbe riempire di amianto, non sono naturali. Li scavarono i bisnonni degli abitanti di quella che allora non era ancora la Roverchiara che conosciamo oggi, per impastarne l’argilla e modellare i “quarei” – i tipici mattoni – che servirono a costruire le rustiche abitazioni. Poi l’area fu abbandonata e questa fu anche la sua fortuna.
Oggi, attorno alle 14 larghe pozze riempitesi nel corso degli anni di acqua di falda, la natura ha provveduto a ripristinare quella tipica vegetazione padana che oramai è quasi del tutto scomparsa. In questi 90 mila metri quadri si trova più biodiversità che in tutto il resto della piana, coperta com’è da una urbanizzazione diffusa che lascia spazio solo a coltivazioni intensive. L’area che a tutti gli effetti rientra nell’ambito della zone protette dalla convenzione Ramsar che tutela le aree umide, si colloca a ridosso di una decina di comuni veronesi, i più importanti dei quali sono Roverchiara, Legnago, Cerea e San Pietro di Morubio. Ad un solo chilometro di distanza si trova il sito di importanze comunitaria, Sic, del fiume Adige, e l’area in questione funge da raccordo ideale con l’oasi del Brusà, nel Comune di Cerea, che recentemente ha ottenuto il riconoscimento europeo.
Ebbene, proprio su queste polle d’acque di falda che ospitano varie specie di pesci, la Regione Veneto sta portando avanti un progetto di discarica d’amianto presentato agli uffici di valutazione ambientale il 20 ottobre del 2008, che prevede lo svuotamento delle vasche, lo sradicamento delle piante, lo scavo di ulteriori buche e la realizzazione di una collina alta si metri. «La discarica comporterebbe l’inevitabile distruzione di quanto di meraviglioso e complesso la natura ci ha regalato – spiega Massimo De Togni, primo firmatario dei un appello che il comitato civico Roverchiara No Amianto ha inoltrato alla Regione Veneto - Lo stridore di un’operazione del genere è ancora maggiore alla luce delle notevoli conoscenze che oggi si hanno riguardo l’importanza della biodiversità e l’esistenza di migliori ed alternativi metodi di smaltimento del rifiuto amianto, come suggeriti anche da Enea».
Metodi che hanno il solo svantaggio di essere più costosi. Ci riferiamo ad esempio all’impianto mobile denominato Icam, già sperimentato con successo da Enea. Considerato che i siti con presenze di amianto sono diffusi in tutto il territorio, l’ente nazionale per l’energia ha messo a punto un impianto mobile, utilizzabile solo per il tempo necessario a bonificare l’area, che stabilizza i rifiuti d’amianto in una matrice cementizia da riutilizzare in campo industriale. Alternative pulite insomma, ce ne sono.
Per chiedere alla Regione di bloccare l’iter autorizzativo del progetto di trasformare l’area in una discarica di amianto e destinarla invece alla realizzazione di un’oasi naturale, il comitato civico Roverchiara No Amianto ha indetto una raccolta firme che ha già ottenuto quasi 5 mila adesioni. Sulla stessa posizione sono schierate tutte le amministrazioni dei Comuni interessati. Ce anche da sottolineare la presenza nell’area di vari esemplari di emys orbicularis, meglio conosciuta come tartaruga palustre.
Si tratta di una specie minacciata che, in quanto tale è fortemente tutelata a livello internazionale sia dalla convenzione europea di Berna per la tutela della vita selvatica dalla convenzione di Washington che ha validità internazionale. Questa tartaruga viene anche protetta dalla direttiva Habitat della Cee che la inserisce nelle specie che richiedono “la designazione di zone speciali di conservazione” e “una protezione rigorosa”. Dando per accertato che farci una discarica di amianto sopra, le emys orbicularis, non rientra precisamente nei canoni europei di “protezione rigorosa”, il comitato è pronto a far sentire la sua voce anche in Europa pur di riuscire ad impedire questa ennesima devastazione di territorio che inoltre non porterebbe nessun beneficio ai residenti. Chi lo sa se sarà proprio questa tartarughina a salvare le belle polle di Roverchiara.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







