Il cuore nero di Napoli «Via da qui, troppi rischi»
Napoli, ore nove circa di sabato sera. Passeggio, sereno, per via Salvator Rosa, la strada che collega il Vomero con il centro. Vado a trovare un amico che vuole raccontarmi del suo lavoro presso un centro di ricovero per senza tetto. Penso: eccolo il cuore buono di Napoli. Faccio il giornalista, pregusto il piacere di scrivere una storia bella sulla mia città. Vivo e lavoro a Roma da tre anni, ma Napoli è nel cuore. Con tutti i suoi rifiuti putrescenti, la politica collusa, il lavoro che svanisce, la camorra, i giovani costretti a fuggire. Svolto l’angolo parlando al cellulare, entro in una zona di penombra senza farci caso. Uno scooter si ferma alla mia altezza: sono in due, senza casco, incappucciati. Il passeggero scende veloce. In mano ha qualcosa. è una pistola.
Tre passi e sono già la sua preda. Mi punta l’arma in faccia. La carica facendo scorrere il carrello che prepara la cartuccia allo sparo. È un “trac trac” dannatamente metallico. Sono terrorizzato. Lui si scopre il volto, non ha più di vent’anni e un’espressione da pazzo. Rivedo il film di morte che conosco bene, quello dei tanti uccisi perché hanno reagito. E stavolta il protagonista sono io. Intorno non c’è nessuno. E io ho una pistola a pochi centimetri dalla fronte. Maledizione, ma perché sono tornato qui?
Il delinquente vuole il cellulare. Glielo consegno. La mia amica con cui ero al telefono sente tutto in diretta. La sensazione che tutto è possibile s’impadronisce del tempo che scorre. Vuole il portafoglio. è agitato. Ho soli venti euro. Penso: è la fine. Questo è un drogato, e mi spara perché ho pochi soldi. A Napoli, solo a Napoli, succede. Vede altre carte, mi chiede cosa sono. «Ricevute, scontrini, biglietti da visita. Che te ne fai?». Allargo le braccia sconsolato. Mi guarda male, chiede se ho dell’altro. Rispondo di no. Spinge la pistola. Il mio sguardo, disperato, lo convince. Salta sullo scooter e fugge via. Sfrontato, con l’arma in evidenza. Il mio cuore riprende a battere. Chiamo la polizia con l’altro cellulare che ho in tasca. La volante arriva in 5 minuti. Mi accolgono a bordo, andiamo a fare insieme un giro per la zona. Gli agenti quasi si scusano: «Veniamo da un’altra rapina qui vicino». Descrivo loro i delinquenti, inutilmente. è come cercare un ago in un pagliaio.
Incontriamo decine di motorini, fermi agli angoli o che sciamano tronfi nei vicoli di Materdei. Nessuno ha il casco. Da queste parti lo si indossa solo per non farsi riconoscere. Spesso sono i killer di camorra. «Hanno rapinato mio figlio alla stessa maniera», racconta l’agente. Arrivo in questura verso le dieci. All’ufficio denunce c’è la fila. Davanti a me altre due vittime di rapina. L’ufficio è spoglio: post it ovunque, scrivanie polverose, un pc antico. Chiedo un telefono per chiamare casa. «Se è un’urbana può usare il mio cellulare, qui non abbiamo un telefono per le telefonate esterne», mi dice un poliziotto all’ingresso. Questura di Napoli, una delle più importanti d’Italia, sabato 9 gennaio 2010. Non c’è un telefono. Devo chiamare anche il gestore per bloccare la scheda. L’altro cellulare, quello che ho “salvato”, è scarico. Non c’è tempo per l’imbarazzo, io e il poliziotto siamo sulla stessa barca. Da cui tutti sembrano voler scappare prima del naufragio. «Tanto è un numero verde - mi risponde l’ispettore - usi ancora il mio telefonino». Sulla scrivania c’è un piccolo pc portatile, con una chiavetta per la connessione a internet. «Anche questa è sua?», chiedo aspettandomi un «non siamo messi così male...». In un ufficio del genere non mancherà mica il collegamento alla Rete. «Certo che è mia, me la porto da casa ». Il poliziotto ha un’espressione segnata. Amara.
«Voi giornalisti non raccontate cosa succede qui. Lei l’ha visto Gomorra? La città è così. Tutti i giorni. Napoli dovrebbe diventare una priorità della politica. Ma se non accade, un motivo ci sarà». Già. Una metropoli che perde migliaia di abitanti l’anno, che si trasferiscono a Roma o al Nord, dovrebbe essere curata. E invece sembra tutto rimosso, dimenticato. Una sensazione di sconforto sempre più diffusa. A Napoli il morto non fa più notizia. Se la camorra ammazza qualcuno al massimo un giornale locale ci fa una breve. A Siena sarebbe in prima pagina. Ma qui siamo tutti contagiati dal virus dell’abitudine. Del callo alla violenza di una comunità che si sta disgregando. Del compromesso quotidiano al ribasso che, a Napoli, trasforma la vita in sopravvivenza. Ho imparato una lezione che conoscevo già. Sarà merito del breve incontro con la morte. Anni fa mi rubarono il motorino puntandomi addosso un coltello per farmi scendere dalla sella, ora mi hanno messo una pistola in faccia. Il segno, amaro, dei tempi che s’incancreniscono.
«Tanto poi li rimettono fuori il giorno dopo», è il refrain dei poliziotti. È un circolo vizioso che si ripete all’infinito. Tre ore e 758 foto segnaletiche dopo (una piccola frazione di quell’esercito dedito a scippi e rapine che ingrossano gli affari milionari della camorra), esco dalla questura. Avanti un altro. Il rituale delle denunce deve continuare. Faccio tre passi e un uomo - a pochi metri dal palazzo sede della polizia! - mi lancia un potente «Pregoooo!». «Prego cosa, scusi?». «Deve uscire con la macchina, no? Sono due euro». È un parcheggiatore abusivo. Controlla che non scappi senza pagare. Qui chi la chiama per nome, estorsione, è preso per fesso, o per pazzo. L’uomo s’allontana. Per fortuna camminare a piedi, a Napoli, è ancora gratis.
Voglio tornare a casa. Salgo su un taxi e racconto la disavventura al tassista, tanto per sentire un po’ di calore umano. Quel calore di Napoli, di cui tanto si parla ma che oggi sembra essere svanito sotto i colpi della camurrìa, della tendenza a fottere il prossimo, a farsi gli affari propri, a fare soldi facili e a macinare consenso politico troppo spesso sporco. «è stato fortunato», mi dice. «A mio figlio hanno provato a tirarlo fuori dalla macchina, una Panda (!), per rubargliela mentre era fermo in fila alla pompa di benzina. Aveva il finestrino aperto, l’hanno aggredito in sette. Ha opposto resistenza, e gli hanno dato una coltellata alla coscia. Poteva morire dissanguato, ma gli è andata bene. Ha ingranato la prima ed è scappato travolgendo un paio di assalitori. Abbiamo denunciato tutto, non si sa mai che ci denuncino loro a noi». Siamo in Italia, ma sembra Baghdad. Arrivo a casa, il tassametro segna sedici euro. Il tassista dice «sono venti». Non ho la forza di chiedere il perché ne voglia così tanti. Pago e me ne vado.
Mi sento sconfitto, oppresso, imbruttito. Per la prima volta odio la mia città. Inospitale, respingente, violenta. Nei miei pensieri la pistola è ancora lì, sospesa a mezz’aria. Non riesco a togliermela più davanti. «Fuitevenne», è l’urlo di Eduardo De Filippo che mi risuona, ora, nella testa come un imperativo categorico. Dove sono gli uomini illuminati come lui? Se ci sono hanno certamente seguito il consiglio del Maestro. Questa non è più vita. Penso ai miei amici che sono scappati. A quello che gestiva una birreria nel centro storico della città ed è stato costretto a dormire la notte nel suo locale per difendersi dagli assalti dei rapinatori. Tutto denunciato alle forze dell’ordine. Tutto inutile. Non gli hanno lasciato più nulla. Da tre anni è andato via dalla città. A Napoli è stato lasciato solo. Penso a quell’altro che ha denunciato un abuso edilizio ed è stato minacciato. Andiamo via da qui. Noi persone perbene, troppe volte umiliate e sopraffatte, abbiamo perso. Il cuore buono di Napoli può aspettare. Sempre che ce ne sia ancora uno.








Commenti
IL CUORE BUONO DI NAPOLI NON C’È PIÙ di Gabriella D’Amico
«Una rapina in pieno centro consumata pistola alla tempia. I parcheggiatori abusivi fuori dalla questura. Il tassista esoso. Cronaca di una nottata tra terrore e sconforto in una città dove risuona l’eco del fuitevenne di Eduardo ». Comincia così - e sembra davvero di sentire allontanarsi gli scooter che sgasano a targhino coperto per evitare di essere riconosciuti - il racconto di Terra pubblicato lo scorso 13 gennaio. Anche io sono napoletana. Anche io sono andata via dalla mia città, che porto nel cuore, ma che apprezzo ancora solo perché, quando il mio treno abbraccia le rotaie della stazione, lo lascio sapendo che un suo gemello, di lì a poco, mi riporterà su e mi restituirà Milano, una città che ho visto per la prima volta solo a trent’anni, quando stanca ho deciso di andare via e che ho cercato, quasi come fosse il pane. La Napoli di oggi ha la forma e l’energia di un ciclone e ti risucchia, contemporaneamente spingendoti fuori, come soggetto a una forza centrifuga. Le domande sui possibili perché che possano spiegare tutte le contraddizioni di una città magica, quasi come l’inferno, si affollano nella mente di tanti, napoletani e non. L’altro giorno, a tavola con un collega sardo, ho sentito dire: «Voi napoletani non volete bene alla vostra città», e ho sorriso, nascondendo il turbamento legato a una consapevolezza profonda. Napoli non è solo Gomorra e questo è vero. Ma allora perché non le vogliamo bene?
Perché, a rifletterci, Napoli non spinge fuori soltanto perché dietro ogni vicolo può nascondersi un pericolo, né tantomeno perché anche trovare casa è difficile - i prezzi sono a volte superiori a quelli richiesti al Nord per un affitto o l’acquisto anche solo di un monolocale - e forse neanche perché manca il lavoro. Su Terra il cronista, napoletano, scrive: «Mi sento sconfitto, oppresso, imbruttito», e mi colpisce proprio quell’“imbruttito”. Anch’io, prima di andare via, non mi riconoscevo più. Avevo perso il mio smalto, la mia bellezza, qualità soppiantate da un senso latente di inutilità, legata alla consapevolezza che spesso, a Napoli, le cose che fai cadono nel vuoto. La città è come uno specchio e restituisce l’immagine dei suoi abitanti e Napoli - purtroppo è vero - li mostra imbruttiti, sconfitti, stanchi e delusi, come incompresi. Verrebbe da chiedersi come mai, se questa sensazione è tanto comune da costituire, a oggi, una delle prerogative della città anche agli occhi di terzi, le forze non si uniscano per un cambiamento.
E forse qui si trova uno dei possibili cuori del problema, un cuore comune alla dimensione della città moderna, ma che forse a Napoli è più duro che altrove: la totale assenza di un collettivo che impedisce di poter ritrovare negli ambienti metropolitani di oggi tratti delle antiche polis greche e che rende il mondo di oggi racchiuso in spirali di dolorosissima solitudine. In questo Napoli ha, forse, il primato. James Hillman dice, in un suo saggio scritto a quattro mani con Michael Ventura: «La città è psiche». Lo è perché influenza i suoi abitanti, e Napoli, riproducendo il medesimo schema, è psiche perché i napoletani sono tali finché restano là e cambiano non appena mettono il naso fuori, non appena cambiano aria. Anche questa è un’affermazione che sento spesso ripetere da chi commenta la mia napoletanità: «I napoletani migliorano quando sono lontani dalla loro città».
Ma in cosa Napoli ci influenza, permettendoci di modificarci nei comportamenti e nel sentire, non appena le nostre gambe si ritrovano a marciare su altri suoli? Il genius loci è concetto antico e sta per spirito del luogo e se i luoghi non sono cose inanimate, ma vibrano, così come i loro abitanti, è naturale che quando le vibrazioni dei luoghi cominciano a essere distorte, anche quelle intime delle persone lo diventano. E allora ecco che cammini per le strade e la violenza peggiore, quella che ti influenza, non è neanche quella dei malviventi, ma quella del vicino di posto nell’autobus, che invece di chiedere cortesemente se scendi alla prossima fermata, si alza di scatto e quasi ti rimprovera di esistere, di stare lì a intralciare la sua solitaria cavalcata a bordo di un mezzo pubblico affollato. La violenza è quella che percepisci nei discorsi della gente che per le strade, anziché discutere, scambia il proprio sconforto e non si rende conto che più lo vomita fuori, più la città glielo restituisce.
Ad apparirmi malata è l’anima di Napoli, capace ormai non tanto di arrangiarsi, quanto di lamentarsi. E a ogni lamento umano corrisponde il lamento di una cosa. Il verde pubblico si lamenta, lo fanno i monumenti, le strade ricoperte di porfido, i luoghi di ritrovo. è questo lamento, che sento ogni volta che rientro, che mi spinge a restare qui dove sono adesso, in attesa di trovare una soluzione, la spinta che accomuni me e i miei concittadini e ci permetta di ritrovare l’anima che manca alla città. Finché tale spinta non farà capolino - e mi chiedo quando potrà succedere - non chiamatemi pavida! Preferisco essere napoletana altrove, e anche se Milano non è certo il paradiso terrestre, anche se le sue vibrazioni sono quelle della frenesia, del business for business, dei locali modaioli, ancora oggi mi sorprende, perché una dimensione che si specchia fuori di me e non solo fra le mura sorde della mia anima solitaria, qui, sono riuscita a trovarla.
DA NAPOLI IO NON FUGGO MA VORREI CHE MIA FIGLIA LO FACESSE di An
http://www.terranews.it/opinioni/2010/01/da-napoli-io-non-fuggo-ma-vorrei-che-mi...
"Per Valerio Ceva Grimaldi" di Marco Licastro
cari lettori tutti
per ogni napoletano è sempre un colpo al cuore vedere balzare la propria città agli onori della cronaca per misfatti di qualsiasi tipo; ma chiudere gli occhi sicuramente non aiuta, nè noi nè la nostra città. Chi vi parla è uno che c' ha provato, ha investito salute, denaro e tempo in un progetto che per fortuna faceva scrivere bene di Napoli in tema di cultura, spettacolo ed eventi. Ma è durato poco. Al posto di raccoglierne i frutti e continuare a far vivere un forte fermento alla propria città, con dinamiche tutte partenopee (quelle che non ci piacciono) ha dovuto rinunciare al sogno, spezzato in malo modo.
Continuo la mia vita e le mie attività altrove e spesso leggo commenti contrastanti tra chi ha lasciato e non vuole più saperne e chi invece giudica "troppo facile" abbandonare la città. A questi ultimi dico che: anzitutto chi prima di andarsene c'haveramente provato, ha tutto il diritto di poter parlare, più di chi si trincera dietro ad un commento campanilistico ed evidentemente non si è mai esposto per la propria città. Napoli è di tutti, di chi ci prova, di chi non ci prova e di chi prova ad affondarla. Questi ultimi andrebbero isolati, ma sono i più forti. Chi fa del male alla città sono proprio coloro i quali piuttosto che riflettere da spunti di persone che proprio malgrado sono andate via, li attaccano come se fossimo tifosi allo stadio di squadre diverse; questo equivale a chiudere gli occhi.
“Una rapina in pieno centro
“Una rapina in pieno centro consumata pistola alla tempia. I parcheggiatori abusivi fuori dalla questura. Il tassista esoso. Cronaca di una nottata tra terrore e sconforto in una città dove risuona l'eco del fuitevenne di Eduardo”
Comincia così – e sembra davvero di sentire allontanarsi gli scooter, che sgasano a targhino coperto per evitare di essere riconosciuti - il racconto di Valerio Ceva Grimaldi, giornalista, nato a Napoli, ma a Roma per lavoro.
Uno dei tanti spinti ad andare via, uno dei tanti che all’allettante proposta di un’esperienza fuori dal territorio, non ha saputo opporre resistenza.
Ed io con lui.
Anche io napoletana e anche io via dalla mia città che porto nel cuore, ma che apprezzo ancora sol perchè, quando il mio treno abbraccia le rotaie della stazione, lo lascio sapendo che un suo gemello, di lì a poco, mi riporterà su, in direzione opposta e mi restituirà Milano, una città che ho visto per la prima volta solo a trent'anni, quando stanca ho deciso di andare via e che ho cercato, quasi come fosse il pane.
Ma io il pane ce l'avevo o comunque, se anche non l’avessi avuto, avrei potuto cercarlo, con quella proverbiale “arte di arrangiarsi”, prerogativa riconosciuta a tutti i miei concittadini.
Perchè, invece, sono andata via? E perchè, ad aver compiuto questa scelta, non sono poi la sola, affiancata dai tanti spinti come me dal fascino ben più che discreto di una vita altrove?
Certo, l'animo umano è fatto di mille spinte e tra queste c’è la curiosità.
Ma non è solo la voglia di avventura che ci spinge via da quell'inferno vestito d'azzurro, nè solo l'intento di sperimentare più che legittimamente l'altro da noi, anche nelle forme di “altra città”, “altre abitudini”, “altre facce da incontrare al bar sotto casa, prima di andare al lavoro”.
La Napoli di oggi – forse diversa da quella di ieri, ma non troppo – ha la forma e l'energia di un ciclone e ti risucchia, contemporaneamente spingendoti fuori, come attratto da una forza centrifuga. E' per questo che – si dice – sia più difficile per un napoletano lasciare la sua terra ed, al contempo, è per questo che spesso, una volta trovato il coraggio, andiamo via e, malinconici quanto basta, difficilmente facciamo marcia indietro.
Le domande sui possibili perchè che possano spiegare tutte le contraddizioni di una città magica, quasi come l'inferno, si affollano nella mente di tanti, napoletani e non.
L'altro giorno, a tavola con un collega sardo, ho sentito dire: “Voi napoletani non volete bene alla vostra città” e ho sorriso, nascondendo il turbamento legato ad una consapevolezza profonda.
Napoli non è solo Gomorra e questo è vero.
Ma allora perchè non le vogliamo bene?
Conosco molte persone che, come me, non hanno mai subito una rapina e neanche un piccolo furtarello tra le vie del centro eppure se ne sono andati lo stesso, perchè ad un tratto la terra è parsa scivolare sotto i loro piedi e quella colla che li teneva attaccati al suolo, improvvisamente, si è sciolta, slegando anche i loro dubbi e l’ansia legata al cambiamento.
Così sono partiti.
A rifletterci, Napoli non spinge fuori soltanto perchè dietro ogni vicolo può nascondersi un pericolo, nè tantomeno perchè anche trovare casa è difficile – i prezzi sono a volte superiori a quelli richiesti al nord per un affitto o l'acquisto anche solo di un monolocale – e forse neanche perchè manca il lavoro.
Valerio scrive: “Mi sento sconfitto, oppresso, imbruttito” e mi colpisce proprio quell' “imbruttito”. Anche io, prima di andare via, non mi riconoscevo più. Avevo perso il mio smalto, la mia bellezza, qualità soppiantate da un senso latente di inutilità, legata alla consapevolezza che spesso, a Napoli, le cose che fai cadono nel vuoto.
La città è come uno specchio e restituisce l'immagine dei suoi abitanti e Napoli – purtroppo è vero - li mostra imbruttiti, sconfitti, stanchi e delusi, come incompresi.
Verrebbe da chiedersi come mai, se questa sensazione è tanto comune da costituire ad oggi una delle prerogative della città anche agli occhi di terzi, le cose non cambino. Verrebbe da chiedersi il perchè di tante forze scollegate, che tali restano anzichè darsi man forte l'un l'altra per recuperare un senso.
E' forse qui si trova uno dei possibili cuori del problema, un cuore comune alla dimensione della città moderna, ma che forse a Napoli è più duro che altrove: la totale assenza di un collettivo che impedisce di poter ritrovare negli ambienti metropolitani di oggi tratti delle antiche polis greche e che rende il mondo di oggi racchiuso in spirali di dolorosissima solitudine.
In questo Napoli ha il primato.
Forse la più moderna tra le città, forse il simbolo di quella totale assenza di “grecità dell'anima” – come la chiama James Hillman - di senso della comunità da intendersi non come una forza totalizzante che annienta gli individui ma, al contrario, come una linfa che li rende parte di un tutto nel quale riconoscersi e attraverso il quale viversi.
Hillman dice, in un suo saggio, scritto a quattro mani con Michael Ventura: “la città è psiche” e lo dice non solo da psicologo, ma da umanista.
La città è psiche perchè influenza i suoi abitanti e Napoli, riproducendo il medesimo schema, è psiche perchè i napoletani sono tali finchè restano là e cambiano, non appena mettono in naso fuori, non appena cambiano aria.
Anche questa è un’affermazione che sento spesso ripetere da chi commenta la mia napoletanità: “ i napoletani migliorano, quando sono lontani dalla loro città”.
Ma in cosa Napoli ci influenza, permettendoci di modificarci nei comportamenti e nel sentire, non appena le nostre gambe si ritrovano a marciare su altri suoli?
Il genius loci è concetto antico e sta per spirito del luogo e se i luoghi non sono cose inanimate, ma vibrano, così come i loro abitanti, è naturale che quando le vibrazioni dei luoghi cominciano ad essere distorte, anche quelle intime delle persone lo diventano.
E’ l’idea di ecologia. Una scienza che non dovrebbe applicarsi soltanto allo studio di sistemi per disinquinare mari, liberare fabbriche dall’amianto e tavole dagli OGM, ma anche allo studio per il risanamento dell’anima.
Il mondo è inquinato, ma lo sono anche i luoghi in cui abitano gli spiriti delle città moderne, Napoli in testa, probabilmente.
Ed allora ecco che cammini per le strade e la violenza peggiore, quella che ti influenza, non è neanche quella dei malviventi, ma quella del vicino di posto nell’autobus, che invece di chiedere cortesemente se scendi alla prossima fermata, si alza di scatto e quasi ti rimprovera di esistere in quel posto e in quel momento, ad intralciare la sua solitaria cavalcata a bordo di un mezzo pubblico affollato.
E quella rabbia, che a chi la subisce appare quasi incomprensibile, a rifletterci viene da molto lontano ed ha avuto tempo di ingrandirsi, nell’attesa spasmodica di un mezzo pubblico che tarda ad apparire all’orizzonte.
La violenza è quella che percepisci nei discorsi della gente, che per le strade anzichè discutere scambia il proprio sconforto e non si rende conto che più lo vomita fuori, più la città glie lo restituisce.
Gli dei abitano nelle città – dice ancora Hillman.
Ma quali dei abitano ancora il sottosuolo di Partenope? Quali si aggirano per le sue strade e anzichè danzare, rincorrono la loro profonda insoddisfazione e la lasciano attaccata ai muri, come si attaccano i manifesti che travestono la città?
Se ci guardo dentro, purtroppo, ad apparirmi malata è l’anima di Napoli, capace ormai non tanto di arrangiarsi, quanto di lamentarsi.
E ad ogni lamento umano, corrisponde il lamento di una cosa. Il verde pubblico si lamenta, lo fanno i monumenti, le strade ricoperte di porfido – così bello a vedersi, ma così scomodo per le automobili – i luoghi di ritrovo.
E’ questo lamento, che sento ogni volta che rientro, anche se solo per un week end, mi spinge a restare qui dove sono adesso, in attesa di trovare una soluzione, la spinta che accomuni me e i miei concittadini e ci impegni a ritrovare l’anima che manca alla città.
Finchè tale spinta non farà capolino – e mi chiedo quando potrà succedere, tuttavia senza riuscire a darmi una risposta che sia tale - non chiamatemi pavida!
Preferisco essere napoletana altrove e anche se Milano non è certo il paradiso terrestre, anche se le sue vibrazioni sono quelle della frenesia, del business for business, dei locali modaioli, ancora oggi mi sorprende perchè una dimensione – che si specchia fuori di me e non solo fra le mura sorde della mia anima solitaria – in questo posto, sono riuscita a trovarla.
Gabriella D’Amico