Il patto delle ’ndrine
ATTENTATO. La bomba fatta esplodere davanti l’edificio che ospita la Procura generale di Reggio Calabria sarebbe il frutto di una «decisione condivisa» da buona parte delle cosche più importanti. Mai i clan avevano alzato così il tiro
Potrebbe essere il segnale di una svolta quello lanciato dalla ‘ndrangheta con l’attentato che domenica scorsa ha colpito la Procura generale di Reggio Calabria. Ci sono diversi elementi che lo attestano. Il primo dei quali è proprio nella modalità del gesto, che ha acceso i riflettori dell’opinione pubblica e, soprattutto, di magistratura e politica sulla Calabria.
Dal 1970, quando durante la rivolta di Reggio venne assaltata la Questura, mai nessun Palazzo che sia rappresentanza dei poteri dello Stato è stato oggetto di attentati in Calabria e nella storia sono tre gli episodi caratterizzati da una scelta della criminalità di alzare il tiro: nel 1975 venne ucciso a Lamezia l’avvocato generale presso la Corte d’Appello di Catanzaro, Ferlaino; nel 1991 toccò al Sostituto Procuratore presso la Cassazione, Scopelliti, restare freddato sotto i colpi esplosi contro di lui tra Villa San Giovanni e Campo Calabro; in anni recenti un colpo di fucile venne esploso contro l’abitazione del magistrato reggino Pedone. Lo ha ricordato ieri il sito strilli.it.
In tempi più recenti l’omicidio Fortugno e la strage di Duisburg avevano portato la ‘ndrangheta al centro dell’attenzione. È stato proprio all’ombra di quegli stessi riflettori che la ‘ndrangheta è diventata con gli anni l’organizzazione criminale che meglio di tutti ha interpretato il fenomeno della globalizzazione economica, investendo pesantemente non solo sul traffico di stupefacenti, ma anche nella grande industria come nelle attività del porto di Gioia Tauro, nel mercato di Fondi, nel Cafè de Paris a Roma solo per citare gli esempi più noti e più vicini nel tempo.
«Non si può continuare a considerare la mafia calabrese come un fenomeno arcaico» afferma con decisione Francesco Forgione, presidente nella passata legislatura della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla mafia che, prima di chiudere i lavori, redasse la prima relazione completa proprio sulla ‘ndrangheta. «Se politica e informazione insistono nell’approccio ipocrita che ha finora contraddistinto l’analisi del fenomeno - aggiunge Forgione - non se ne esce e la ‘ndrangheta avrà avuto ancora partita vinta».
Non è, comunque, un caso che l’attentato non abbia prodotto una strage. Non è nello stile delle ‘ndrine che, però, per l’azione contro la magistratura avrebbero raggiunto un accordo collettivo. La bomba sarebbe il frutto di una «decisione condivisa» da buona parte delle cosche più importanti. Sia di quelle direttamente coinvolte nei procedimenti d’appello, sia di quelle che sono state duramente colpite dai sequestri e dalle confische, sia, infine, da quelle che non sono direttamente interessate dalle indagini della procura di Reggio Calabria ma che sarebbero state contattate per avallare il progetto.
E la bomba di Reggio, secondo gli investigatori, dimostra come la ‘ndrangheta sia colpita ma pronta a combattere. Quarantanove latitanti arrestati, beni sequestrati per oltre 800 milioni sono il bilancio dell’attività del 2009 della magistratura reggina; l’aggressione ai patrimoni, anche lontano dalla Calabria, è per l’organizzazione criminale un duro colpo. Senza dimenticare il dato relativo ai latitanti: 49 quelli arrestati di cui 11 inseriti nella lista dei 30 ricercati più pericolosi. Per il procuratore di Reggio, Giuseppe Pignatone, «è chiaro che ci troviamo davanti a una reazione». Pignatone, insieme all’aggiunto Michele Prestipino, ha rappresentato un pezzo importante dell’antimafia siciliana, avendo peraltro coordinato anche l’operazione che portò alla cattura di Provenzano.
Ora, nella difficile realtà calabrese, sta scoperchiando le numerose ‘cattedrali’ degli interessi e degli affari della ‘ndrangheta. Resta il fatto che mai le ‘ndrine aveva alzato il tiro cosi in alto, consapevoli del grosso rischio di far tornare la zona al centro dell’interesse delle forze dell’ordine, come era stato con l’omicidio di Franco Fortugno, il vice presidente del Consiglio regionale ucciso nel 2005 davanti ad un seggio delle primarie dell’Unione.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







