Iraq, ancora violenze e morti. L'ombra del terrore sul voto
ELEZIONI. Baghdad continua a essere teatro di drammatici attentati. Solo ieri 18 morti ma il bilancio è ancora provvisorio. Un avvertimento di al Qaeda, secondo il governo. E il controllo dei contratti petroliferi provocherà nuove tensioni.
Altri 18 morti, ma il bilancio è ancora provvisorio, a Baghdad. Anche ieri la capitale irachena ha vissuto una giornata di autobombe e terrore. Soltanto lunedì il bilancio dei morti dopo tre attentati in contemporanea era stato di almeno 24 vittime. Un avvertimento di al Qaeda, secondo il Governo di Nouri al Maliki, che ha fatto notare la scelta precisa del luogo degli attentati di lunedì: gli alberghi della zona centrale di Baghdad dove la stampa straniera in genere stabilisce il proprio quartier generale.
Un messaggio, insomma, per far capire che in Iraq i conti non sono affatto chiusi. Anche l’attentato di ieri ha colpito il cuore di Baghdad, ancora una volta puntando al massimo della visibilità, e per giunta poche ore dopo l’impiccagione del braccio destro di Saddam Hussein, Ali Hassan Majdi detto Ali il Chimico. Una fine scontata, la sua, ritenuto responsabile di alcuni dei peggiori massacri negli anni di Saddam. Una per tutte la strage di Halabja, dove si pensa che almeno 5mila curdi persero la vita grazie ai suoi cocktails micidiali di gas velenosi. Ali Hassan fu negli anni 80 il firmatario di un famoso decreto relativo all’Iraq del nord, in base al quale «le forze armate devono uccidere qualsiasi essere umano o animale presente nell’area», che gli valse il soprannome di “macellaio dei curdi”.
Alla fine dei suoi anni di dominio, almeno 4mila villaggi curdi erano stati rasi al suolo e 150mila civili erano “scomparsi”. La sua eredità, oggi, è tutta nel conflitto civile che vede gli arabi da lui trasferiti a forza nelle zone curde contendersi la terra con le milizie del governo di Barzani, capo del governo autonomo regionale curdo istituito dalle forze d’occupazione americane. Ma benché il processo contro il Chimico sia stato ampiamente contestato anche a livello internazionale per l’arbitrarietà del contesto giuridico in cui si è svolto, è improbabile che la nuova generazione di attentatori che oggi opera in Iraq puntasse a difendere un fantasma del passato come lui.
Più probabile, invece, è che dietro agli attentati di questi giorni ci sia l’ombra delle incombenti elezioni parlamentari del prossimo 7 marzo. Consultazioni dalle quali i partiti sunniti sono stati sistematicamente esclusi in base all’accusa di legami col partito Baathista, legato alla memoria di Saddam Hussein. Una manovra che non fa che agitare le tribù sunnite che gli americani stessi avevano addestrato e armato a partire da tre anni fa, nella speranza di controbilanciare un governo sciita considerato troppo vicino all’Iran.
Posto che i vecchi gerarchi del Baath sono stati fra i primi a lasciare il Paese, e che le brigate al Badr giunte dall’Iran si occuparono di eliminare chi era rimasto fra il 2005 e il 2006, l’eliminazione dei concorrenti sunniti fa il gioco di Al Maliki e dei partiti sciiti a lui fedeli, che potranno così assicurarsi una nuova maggioranza nel prossimo governo. Peccato che la corsa al controllo dei contratti petroliferi non farà che alimentare nuove tensioni e conflitti in quel che resta dell’Iraq sette anni dopo l’invasione americana.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







