L’economia del dopoguerra nella storia di Roma

Aldo Garzia
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LIBRI. Un volume di Grazia Pagnotta dedicato alla capitale scava sull’arco temporale che va dagli anni della ricostruzione postbellica fino a quelli del miracolo economico, quando prevale l’idea di una città parassitaria e terziaria a scapito della sua possibile vocazione produttiva. Un destino non casuale e spontaneo ma fortemente voluto dalle sue classi dirigenti.

Da qualche anno Grazia Pagnotta, che insegna Storia dell’ambiente e del territorio presso l’Università di Roma III, ha iniziato a indagare vari aspetti della vita della capitale. Nel 2002 ha dato alle stampe Roma in movimento (con l’ausilio delle immagini dell’Archivio fotografico dell’Atac, il libro tracciava la storia dell’azienda capitolina dei trasporti nata nel 1909). Nel 2006 ha pubblicato Sindaci di Roma (una carrellata storica sulle amministrazioni comunali e i primi cittadini che hanno governato la città). Ora l’autrice propone Roma industriale. Tra dopoguerra e miracolo economico (Editori Riuniti, pp. 306, 15,00 euro), un volume che grazie all’accurata ricerca e alla documentazione che offre al lettore potrebbe riaprire la discussione sull’identità sociale della capitale: città parassitaria e di servizi o città a sola vocazione industriale nel settore del turismo e della cultura? Prima di arrivare a una possibile risposta al quesito, il testo di Grazia Pagnotta - in copertina c’è intanto un Pier Paolo Pasolini dallo sguardo dolente fotografato ai margini delle periferie romane che ha indagato nei suoi libri (Ragazzi di vita, Una vita violenta) e nei suoi film (Accattone, Mamma Roma) - ci permette di ripercorrere gli aspetti principali della storia economica novecentesca di Roma.
 
Di particolare interesse il VII capitolo del volume, dove Pagnotta affronta “la geografia degli insediamenti produttivi” che aiuta a capire come la crescita della città sia stata strettamente collegata alle scelte economiche che ne hanno determinato lo sviluppo. La tesi centrale dell’autrice, che finisce per orientare la sua ricerca storica, è precisa: per molti anni le classi dirigenti hanno avuto come obiettivo solo l’idea di Roma come capitale religiosa e culturale mentre in campo economico prevaleva il settore dell’edilizia collegato all’espansione urbana della città che cresceva inevitabilmente come popolazione per la sua capacità attrattiva, a iniziare da regioni come Lazio e Abruzzo. Sul finire degli anni Sessanta si è poi andata affermando, in quella che è stata chiamata forse troppo enfaticamente Tiburtina Valley, un nuovo tipo di industria legata all’elettronica e al settore dell’ingegneria e dei sistemi informatici che però successivamente non ha avuto un ulteriore sviluppo degno delle sue potenzialità. Già dalle modalità dello sviluppo urbanistico di Roma è possibile ricavare qualche utile indicazione per orientarsi.
 
Durante il ventennio fascista nascono nuovi quartieri: Eur, San Basilio, Garbatella, Cinecittà, Trullo, Quarticciolo. Sulla costa si assiste al rilan di Ostia, mentre i confini della capitale iniziano a includere Labaro, Osteria del Curato, Quarto Miglio, Capannelle, Pisana, Torrevecchia, Ottavia, Casalotti. Ciò ha determinato un’estensione di Roma verso sud-est, lungo le vie Tiburtina, Prenestina, Casilina, Appia Nuova. Dopo gli anni della seconda guerra mondiale, Roma ha continuato a crescere. Il censimento del 1961 indicava in 1.600.000 gli abitanti della capitale. Oggi sono almeno il doppio. Alla trasformazione peculiare di Roma ha ovviamente contributo l’ospitalità offerta a tutte le principali istituzioni dello Stato: presidenza della Repubblica, governo e ministeri, Parlamento, le principali Corti giudiziarie, ecc. Da qui la sua terziarizzazione iniziata negli anni Cinquanta e poi proseguita a passo di galoppo. Sostiene Grazia Pagnotta che il destino di Roma non è stato affatto spontaneo: chi governava la città ha voluto allontanare dalla capitale lo spettro dei conflitti operai e sindacali mentre la sinistra comunista e socialista puntava invece a costruire una capitale industriale.
 
I casi di eccellenza
Una osservazione introduttiva dell’autrice è che “dagli studi emerge il ritratto di una capitale centro del potere politico ma non di quello economico, privata di un ruolo produttivo dalla varie classi dirigenti succedutesi dall’unificazione in poi”. Da qui, chissà, la distinzione tradizionale di ruoli tra Roma capitale politica (accusata di parassitismo) e Milano capitale economica che in anni recenti ha poi prodotto il fenomeno, sociale prima ancora che politico, del leghismo. Dai dati statistici contenuti in questo volume (di particolare interesse quelli pubblicati in appendice), si evince che anche negli anni che vanno dal dopoguerra al boom economico non c’è un impegno adeguato per industrializzare Roma. Fanno eccezione l’Istituto farmacologico Serono e le Cartiere Tiburtine (a entrambi Pagnotta dedica un capitolo) insieme ad altri sporadici casi di eccellenza. Secondo l’autrice, un’altra idea di città “si impone soltanto negli anni Ottanta, con la campagna su Roma terza città industriale d’Italia compiuta dall’Unione industriale del Lazio nel 1984”.
 
Il cambiamento economico suc cessivo, si potrebbe aggiungere, coincide con le giunte di centrosinistra guidate da Luigi Petroselli, Ugo Vetere, Francesco Rutelli e Walter Veltroni, quando si tenta di investire finalmente nell’industria culturale, nei servizi, nella comunicazione e nell’informatica a scapito dei tradizionali settori manifatturiero ed edile. Nel gennaio 2008, inconsapevole delle dimissioni da sindaco che lo attendevano per guidare il Pd nelle elezioni anticipate, Walter Veltroni tracciava in modo originale le priorità per il futuro della capitale: «La vera notizia di questi anni è che Roma si è trasformata in una città industriale. Nel senso moderno della parola. La città cresce il doppio rispetto al resto dell’Italia per Pil e occupazione» (intervista a ilSole24ore, 16 gennaio 2008). Aggiungeva l’ex sindaco: «Abbiamo trasformato Roma in una città industriale, nel senso moderno della parola, che non è solo la produzione di tondini. Ci sono tante industrie in cui Roma eccelle in questo momento. Guardiamo i dati economici: abbiamo un Pil che supera quello dell’Ungheria e della Repubblica Ceca, siamo la provincia che ha avuto nel 2007 il maggior incremento (+6,9%), superati solo da Cremona (+7%).
 
Nei primi nove mesi del 2007 sono nate 25.571 imprese, al top in Italia. Dati positivi che dicono come Roma sia oggi una grande città industriale. Pensiamo poi alla grande crescita del turismo». La ricerca storica di Grazia Pagnotta non incrocia il bilancio ottimistico offerto da Veltroni, in quanto si incentra sull’arco temporale che va dagli anni della ricostruzione postbellica fino a quelli del miracolo economico, ma ne può costituire il retroterra di memoria che aiuta a capire se c’è stato o meno un cambiamento nell’immagine che la capitale ha costruito di sé negli ultimi anni come sede di mostre, festival di cinema, concerti di primo livello, eventi espositivi di tutti i generi (dalla moda all’artigianato fino all’industria più tradizionale). C’era un tempo, potrebbe essere la conclusione del libro, in cui Roma aveva un volto economico diverso da quello che poi ha dominato i decenni Sessanta e Settanta. Da questo punto di vista, vale la pena ricordare la mostra storica permanente composta da pezzi unici di archeolo gia industriale che ha sede presso la sede dell’Unione industriali di Roma. Lì sono esposti oggetti che hanno fatto epoca: le antiche scatole di latta dell’azienda Gentilini, una macchina affrancatrice delle Poste Italiane, un computer portatile degli anni Ottanta della Ibm, la prima fiala di antibiotico prodotta a Roma. Sono una ventina le aziende rappresentate in quello spazio: Fabbrica biscotti Gentilini, Ferrovie italiane, Liquori Pallini, Poste italiane, Ibm Italia, Birra Peroni, ecc. In quei cimeli c’è la stessa Roma industriale che riemerge dal libro di Grazia Pagnotta.

La prima pagina del giornale
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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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