Laboratorio Zeta, una storia che può cambiare Palermo
IL CASO. Dal 2003 è uno spazio aperto, lontano dalle ideologie. Poi il 22 gennaio scorso uno sgombero inutilmente violento e il giorno successivo lo straordinario corteo di solidarietà. Ora lo Zeta è tornato a casa. Nonostante le minacce mafiose.
Dopo la polizia, gli avvertimenti mafiosi. Dopo lo sgombero e la rioccupazione, sui ragazzi del Laboratorio Zeta di Palermo è calata anche una minaccia molto concreta, mafiosa per modalità (l’avvicinamento di qualcuno che poteva portare il messaggio), per forma e per contenuto, di quelle che solo nel Sud d’Italia riescono ad essere così esplicite: “I nivuri (neri) oggi ci su’ e dumani ‘un ci su’ cchiu’”, e ancora: “La polizia è la cosa di cui vi dovete scantare di meno”.
Il Laboratorio è stato, fin dalle sue origini, un luogo di importante produzione culturale, sociale, politica. Uno spazio realmente aperto e poco legato ad ogni forma di ideologia, che ha dato profondamente prova delle sue risorse soggettive e collettive quando, nel marzo del 2003, un gruppo di 53 profughi richiedenti asilo del Darfur che dormivano per la strada furono accolti tra le sue mura. Da allora, le stanze di via Arrigo Boito 7 sono state attraversate da centinaia e centinaia di rifugiati che vi hanno trovato un punto di riferimento e solidarietà concreta, sino a quando, il 22 gennaio scorso, la polizia e i carabinieri hanno proceduto allo sgombero.
Uno sgombero attuato con modalità irrazionali e inutilmente violente, portato avanti tramite una gestione della piazza che si potrebbe definire demenziale se non avesse avuto dei risvolti tragici: cinque feriti (tra cui un poliziotto che ha cercato di difendere uno dei manifestanti tirato sotto da una squadra di carabinieri che, con l’occasione, hanno manganellato anche il loro collega) e tre arrestati, tra cui un professore di religione, rilasciati il giorno dopo con assoluzione completa. Un esercito lanciato contro gente inerme il cui atto più violento, nell’esasperazione di vedere la propria casa profanata, è stato il lancio di una bottiglietta di plastica vuota.
Chi ha voluto che quel giorno uno scenario da guerriglia urbana si producesse nel quartiere Notarbartolo di Palermo, non aveva probabilmente previsto che invece di disperdere e spaventare i ragazzi e le ragazze dello Zeta quella giornata avrebbe fatto sì che una gran parte della città si schierasse a gran voce al loro fianco. E sarebbe stato meglio, per le istituzioni cittadine, che le modalità e soprattutto le cause di questo sgombero non fossero divenute così pubbliche come sono oggi. Perché adesso il nome dell’associazione Aspasia, assegnataria degli spazi dello Zeta, sta facendo il giro di molti media. Aspasia è un’associazione privata, esclusa dalla possibilità di ricevere finanziamenti durante la giunta Orlando perché implicata in gravi procedimenti penali relativi ad accuse di corruzione e concussione e che, invece, a partire dal 2003 ha ricevuto una pioggia di finanziamenti pubblici per progetti la cui messa in opera non è mai stata oggetto di verifica.
È un’associazione che di vere attività sociali nella città di Palermo non sembra in grado di rivendicarne nessuna, e le cui mire sugli spazi del Laboratorio Zeta sono volte all’istituzione di un asilo privato nonostante quegli spazi siano a destinazione d’uso pubblico ed evidentemente incompatibili con questo scopo. Un’ennesima speculazione, quindi, in una terra già martoriata da pratiche e politiche che da decenni pongono gli interessi dei privati, specie quelli degli “amici degli amici”, davanti a qualsivoglia progetto di utilità pubblica, di condivisione cittadina, di riabilitazione culturale, di solidarietà e socialità vere.
Dopo lo sgombero, i rifugiati che vivevano allo Zeta si sono ritrovati a dormire all’addiaccio. Attorno a loro, però, la solidarietà sconfinata di decine e decine di persone di tutte le età e le estrazioni sociali e culturali, che dal primo istante sono rimaste anche loro lì, quando durante i primi giorni dopo lo sgombero tutte le attività che dovevano svolgersi all’interno del centro si sono spostate sulla strada. Concerti ma anche presentazioni di libri e di film e, ovviamente, la scuola di italiano per migranti, che dal 2003 era di casa allo Zeta.
Poi, sabato 23 gennaio, uno straordinario corteo come non si vedeva da anni ha inondato le vie di Palermo. Una città intera a fianco dello Zeta, a ribadire che nessuno può toccare impunemente uno dei pochissimi luoghi di aggregazione e solidarietà ancora aperti e vivi: “Lo zeta non si tocca. In una città devastata, noi liberiamo spazi”, si leggeva nello striscione di apertura stretto tra le mani dei rifugiati, e dietro di loro migliaia tra precari della scuola, professori universitari, studenti, donne e uomini “normali”, disposti a lottare per quello in cui credono anche in una terra difficile come la Sicilia.
Una sorpresa, questa mobilitazione, tanto che alla fine anche il Prefetto di Palermo, il grande assente fino a quel momento all’interno della storia, ha accettato di sedersi a un tavolo istituzionale per cercare una soluzione. Da quel tavolo, però, nessuna risposta concreta è stata data neppure per i rifugiati sbattuti per strada. La mattina del giorno dopo gli attivisti del laboratorio hanno abbattuto il muro di mattoni che aveva cercato di chiuderne per sempre la porta, e lo Zeta è tornato a casa.
Assemblee straordinariamente partecipate si sono susseguite nelle stanze del Laboratorio con la partecipazione di associazioni che vanno da Addio Pizzo a Libera, da Radio Aut a Casa Memoria Peppino Impastato. Nessuno ha avuto paura di mettere il suo nome e la sua faccia in questa battaglia di civiltà: scrittori, docenti, ballerini, cantanti, attori. Chiunque abbia delle qualità soggettive a Palermo sembra le stia mettendo a disposizione in questi giorni per il Laboratorio Zeta. Nessuno ha avuto paura neppure quando, a due giorni dalla ri-occupazione, è calata su questo luogo anche la minaccia mafiosa.
La scelta, immediata e radicale, decisa in un’assemblea di quasi duecento persone, è stata quella di denunciare pubblicamente quanto avvenuto per allargare una battaglia che sempre di più sta diventando a Palermo una questione di civiltà collettiva. Impossibile non fare riferimento ai drammatici fatti di Rosarno, che tornano inevitabilmente in mente se si riflette sull’intreccio tra mafie grandi e piccole, destre, più o meno istituzionali e razzismo (istituzionale e popolare) nelle economie corrotte e fragilissime del Sud Italia.
Dopo la denuncia pubblica e le giornate di mobilitazione e solidarietà che non accennano a finire, sembrano essersi aperti nuovi spiragli per lo Zeta. Ai pretestuosi discorsi sulla legalità formale, dietro lo scudo della quale si sono fatte in Sicilia le cose peggiori, si sta opponendo finalmente una legittimità sostanziale, all’interno di un ragionamento che all’antimafia dei salotti preferisce un’antimafia sociale concreta, legata ai diritti sociali.
Fuori dallo Zeta restano ancora decine di rifugiati, spaventati tanto dalla possibilità di essere perseguiti una volta fatto ingresso in un luogo ri-occupato, quanto dall’eventualità (concreta) di subire attacchi di ogni tipo da parte della polizia o di gruppi di destra organizzati. Non manca mai la colazione, il pranzo o la cena, ma sono stremati. Per loro e per Palermo questa battaglia deve avere una sola conclusione, l’unica giusta, legittima. Nel frattempo, questa città sembra essere attraversata da un vento nuovo, diverso, che sta spazzando via aria putrida e rassegnazione, e per la prima dopo tanto tempo sembra possibile sentirsi meno soli. Un nuovo orgoglio, un nuovo coraggio, sorprendenti e preziosi, che non potranno non lasciare il segno.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







