Le richieste degli Usa a Sana'a

Emanuele Bompan
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SICUREZZA. Il segretario di Stato Hillary Clinton pretende uno sforzo maggiore nella lotta contro al Qaeda. «Solo con azioni di rilievo si avrà la pace». Il Pentagono programma attacchi con aerei senza pilota nelle zone occidentali dello Yemen

Dopo le azioni dell’esercito yemenita, che ha colpito nei giorni scorsi alcune cellule di al Qaeda nel nord del Paese, sono state riaperte ieri le ambasciate occidentali nella capitale Sana’a. In un comunicato apparso sul sito della rappresentanza diplomatica americana, gli Usa ringraziano il governo dello Yemen per gli attacchi condotti contro al Qaeda nella Penisola Arabica. Secondo gli analisti, però, il rapporto con il presidente Ali Abdullah Saleh, 67 anni, potrebbe rivelarsi meno facile di quanto previsto da Washington. Il potere di Saleh si estende infatti solo sulla capitale, mentre il leader ha ben poco controllo su quel che accade nel resto del Paese. 
 
Il segretario di Stato Hillary Clinton ha sottolineato che le tensioni interne e la presenza di al Qaeda in Yemen costituiscono «una minaccia globale», aggiungendo che il governo di Sana’a «ha compiuto importanti passi per combattere gli estremisti». Ma è chiaro che questo impegno per Washington non è ancora sufficiente. «Ci sono aspettative e condizioni da rispettare», ha ammonito Hillary Clinton. «Solo procedendo ad azioni di rilievo si avranno pace e prosperità». In altre parole, se Sana’a non continua a colpire ovunque e con successo al Qaeda potrebbe alienarsi gli aiuti stranieri di cui ha necessità. Un avvertimento che il ministro degli Esteri yemenita Abu Bakr al-Kurbi ha rispedito al mittente capovolgendo la questione: «In questo momento non ci servono solo fondi per l’addestramento di unità anti terrorismo ma anche aiuti economici». Il Pentagono tuttavia non sembra disposto a rimanere con le mani in mano: secondo alcune fonti, già nei prossimi giorni dovrebbero iniziare una serie di incursioni sulle aree occidentali dello Yemen da parte di droni d’attacco.
 
Sul fronte istituzionale, Obama ha radunato ieri lo Stato maggiore e tutto il corpo della sicurezza e dell’intelligence nella Control room. Presenti all’incontro la responsabile dell’Homeland security Janet Napoletano, il direttore della Cia Leon Panetta, quello del Fbi Robert Mueller, Keith Alexander della National security agency, il generale Jim Jones, il capo della Difesa Rober Gates e naturalmente l’incaricato di analizzare la falla nell’intelligence, John Brennan, l’assistente del presidente per il contro-terrorismo e la sicurezza. Mentre il giornale va in stampa nessun rimpasto è stato annunciato, ma c’è da scommettere che qualcuno perderà la poltrona nelle prossime settimane.
 
Secondo molti commentatori il capro espiatorio potrebbe essere Janet Napolitano, finita alla gogna per aver affermato in seguito al fallito attentato che «tutto aveva funzionato a dovere». Qualcuno invece guarda a Langley, il quartiere generale della Cia, che secondo gli analisti necessita da anni di riforme interne per la gestione e condivisione delle informazioni. A indirizzare le accuse della Casa Bianca ci penserà comunque una commissione ad hoc del Congresso. Il tono di Obama intanto è cambiato: più duro e deciso. Per il presidente è necessario riformare la gestione delle informazioni e delle liste dei sospetti per aumentare la tracciabilità e il riconoscimento di potenziali minacce terroristiche. La revisione interesserà principalmente le liste dei sospetti. Al momento l’intelligence Usa ha tre liste separate. Una dove ci sono 550mila sospetti terroristi, una di 14mila persone da sorvegliare che devono essere perquisite accuratamente quando arrivano in un aeroporto, e una no-fly list di 4mila soggetti cui è vietato imbarcarsi su qualsiasi aereo.
 
Non si esclude che la riforma vada molto più a fondo, andando a colpire i centri nevralgici della sicurezza di Washington e portando finalmente a quella riforma democratica e qualitativa che nonostante la mitologia che la circonda in realtà ancora manca a un’intelligence ferma alla Guerra Fredda, che troppo spesso ha commesso errori clamorosi e non all’altezza di una democrazia come quella Usa. 
 
 

La prima pagina del giornale
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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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