Libano, verso la pacificazione in un territorio diviso a metà
REPORTAGE. Sopite le ostilità con lo Stato ebraico, resta ancora il nodo di un cessate il fuoco definitivo. Il sindaco di Tayr Harfa, nel sud del Paese, avverte: «Le persone che vivono qui non accettano l’occupazione della propria terra»
Un Paese tagliato in due. Così si presenta il Libano, una delle frontiere più calde del Medio Oriente. Un territorio montagnoso ma con lunghe distese di vegetazione che, da quattro anni, ha ricominciato ad essere rigogliosa. La guerra dell’agosto 2006 aveva letteralmente bruciato gli alberi e le colline, oltre ad aver distrutto villaggi e case. Oggi, dopo l’adozione della risoluzione Onu 1701 con la quale si sancisce la cessazione delle ostilità tra i due Stati, il territorio si presenta in due parti: il Nord, monitorato dalle Laf, l’esercito libanese, e il Sud sotto l’egida della missione Unifil, la forza di pace delle Nazioni Unite, delimitato a nord dal fiume Litani e a sud dalla Blue Line.
Questo confine armistiziale utilizzato dall’Onu per determinare il ritiro delle truppe israeliane dal sud del Libano si estende per 118 chilometri. Circa 44 appartengono al settore ovest, quello affidato agli italiani e comandato dal generale Luigi Francavilla, responsabile della base Ficuciello di Tibnin. Lungo questa linea di terra, indicata da 198 bidoni blu delle Nazioni Unite, vige la regola della quiete e del rispetto, dell’osservanza del Paese in cui ci si trova e il divieto di oltrepassare la Blue Line a piedi o in auto. Dalla parte libanese, ci si affaccia e loro sono lì. Li senti alle spalle, che ti guardano e ti scrutano. Sono i cecchini israeliani, invisibili presenze, che a malapena tollerano che videocamere e macchine fotografiche riprendano immagini di entrambe le parti, con le somiglianze e le divisioni di un territorio martoriato da anni di scontri.
Sono ancora tre i luoghi che costituiscono il contenzioso tra il Libano e Israele: il villaggio di Ghajar, le quattordici fattorie di Shebaa e le colline di Kfar Shouba. Ed è per questi luoghi che i libanesi giustificano la resistenza degli Hezbollah, riconoscendone di fatto la legalità delle armi come difesa dall’esercito israeliano. L’impressione che si ha è che la controversia sia ancora aperta. Sono sopite le ostilità tra Libano e Israele senza tuttavia che si sia passati però al cessate il fuoco definitivo.
Nei villaggi che incontriamo in quest’area cuscinetto tra Libano e Israele, dove le case sono fitte e nessun piano regolatore stabilisce come costruire gli edifici, le strade sono strette e polverose, la gente cammina tranquilla, immune dai controlli e dalle possibili tensioni che ci sono al confine con lo Stato ebraico. Nei mercati si sente il tipico vociare tra venditori di spezie e di frutta secca e le donne con bambini che giocano nelle piazzole. La regola è contrattare su tutto, anche per un pugno di pistacchi o una pizza bianca al timo. Non si incontrano militari libanesi con le armi; per vederli bisogna imbattersi nei check point dislocati lungo la Costal Road che porta fino a Beirut. Gli stessi militari Unifil che ci scortano nella Aor, l’area di responsabilità della missione delle Nazioni Unite, non indossano armi, ma le lasciano custodite nei veicoli UN.
In una realtà che sembra costantemente in movimento, i progressi per la stabilizzazione dell’area sono stati numerosi, ma parlare di pace sembra ancora prematuro. Lo si avverte nelle parole del sindaco sciita Amal Mohamed Khalil, a guida di un paesino Tayr Harfa, non lontano da Tiro. Ci accoglie con il sorriso e ci porge la mano. Solo dopo avergliela stretta, ci dicono che è preferibile appoggiare una mano sul petto, a sinistra, in segno di saluto, soprattutto se si è donna. «Ciò che scorre nel nostro sangue ci insegna che non possiamo accettare l’occupazione del Paese da parte di nessuno», dichiara il sindaco guardandoci negli occhi. «Lo dice la storia - continua - dall’Impero ottomano alla dominazione francese non siamo mai stati un popolo che ama fare la guerra. A qualsiasi comunità si appartiene, Amal, Hezbollah o Cristiani maroniti, le persone che vivono nel Sud del Libano non accettano l’occupazione della propria terra».
Ci sarà un giorno una coesistenza pacifica tra i due Paesi? Secondo il generale Claudio Graziano, comandante della missione Unifil fino a fine gennaio 2010, quando passerà il testimone al collega spagnolo: «In Medio Oriente le passioni sono forti. Tutti hanno sofferto molto. Gli israeliani si dicono pronti ad affrontare l’argomento. I libanesi chiedono la cessazione della violazione del loro spazio aereo, la restituzione delle fattorie alle pendici delle alture del Golan e la soluzione del problema palestinese. Detto questo - sottolinea Graziano - la pace è un trend che si consolida. Visto che non si può ancora costruire una pace permanente, il nostro obiettivo deve essere quello di costruire una “non guerra” irreversibile. E attraverso questa si risolveranno i problemi». Come dire, intanto lavoriamo affinché non ci sia più la guerra, poi la pace arriverà.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







