Netanyahu: «Attaccare l’Iran per evitare un altro Olocausto»
MEDIO ORIENTE. La Giornata della memoria diventa occasione per reciproci insulti tra le nazioni nemiche. La Guida suprema ha auspicato «la cancellazione dello Stato sionista». Immediata da Auschwitz la replica del premier israeliano.
Da Auschwitz a Teheran, la Giornata della memoria si è trasformata ieri nell’ennesima occasione per scambiarsi minacce e reciproci malauguri. In Iran, la Guida suprema Ali Khamenei ha per l’ennesima volta auspicato la distruzione di Israele, facendo il giro della stampa estera, mentre ad Auschwitz il premier israeliano Benjamin Netanyahu, in visita al tristemente famoso campo di concentramento per ricordare le vittime dell’Olocausto, ha replicato chiamando l’Iran di Khamenei «male assassino da fermare prima che sia troppo tardi, come l’Olocausto ha insegnato a noi ebrei». Parole grosse fra i due leader, dunque, ma in linea con le posizioni dei governi, entrambi in crisi di popolarità. La guerra, fra Iran e Israele, sembra ancora lontana. L’Iran è coinvolto in continui negoziati con l’Occidente per quanto riguarda il proprio programma nucleare, ufficialmente sotto controllo da parte degli ispettori Aiea, il che difficilmente lascia spazio a improvvisi colpi di mano da parte di Israele.
Quanto a Israele è improbabile che decida di mobilitare la propria aviazione per bombardare un territorio infinitamente più vasto finché mancherà un appoggio da parte della comunità internazionale. Si tratterebbe si sorvolare territori ostili come la Siria, senza poter contare sull’appoggio delle basi turche, ad esempio. La Turchia infatti, ultimamente ai ferri corti con Israele sul piano diplomatico, sta riallacciando le relazioni economiche con l’Iran e contemporaneamente rallentando la cooperazione militare con Israele. Senza contare che è improbabile poter contare sull’aiuto statunitense. Che fra Obama e il governo Netanyahu non corra buon sangue è cosa nota e gli Usa impantanati nella guerra in Afghanistan, recentemente hanno dato il via ad una serie di operazioni “coperte” in Yemen che difficilmente lasceranno spazio ad altri scenari di guerra. Più probabile, invece, che lo scambio di minacce fra Netanyahu e la Guida suprema sia stato l’ennesimo tentativo di dirottare l’attenzione da altre possibili polemiche.
Khamenei ha rilasciato le sue dichiarazioni in realtà un giorno prima della commemerazione della Shoah, il 26 gennaio, durante una visita in Mauritania, ricordando le sofferenze palestinesi e auspicando la fine di Israele ad un futuro lontano, senza niente aggiungere e senza nominare la tragedia ebraica. Intanto da Aushwitz Benjamijn Netaniahu, cresciuto fra Boston e Tel Aviv, discendente da una famiglia impiantatasi a inizio secolo nella Palestina britannica, mai sfiorato dalla tragedia del nazismo, si è autonominato rappresentante di tutti gli ebrei del mondo invocando l’intervento militare in Iran «prima di un secondo olocausto». L’ironia, ben amara, per la verità, è che sotto il governo Netanyahu i sopravvissuti all’Olocausto hanno visto i propri diritti ad una qualche forma di assistenza sociale ridursi a ben poca cosa. Su 8mila aventi diritto, infatti, soltanto 2mila quest’anno potranno ricevere i magri 200 euro di pensione mensile che lo Stato di Israele rilascia loro.
Un particolare probabilmente tralasciato da parte di un premier che da mesi lotta per tenere insieme la coalizione, ricorrendo anche a scenari di guerra se necessario. Dal lato Iraniano, le stesse contraddizioni: Khamenei ha parlato sorvolando sul fatto che la Repubblica islamica conta la comunità ebraica più vasta di tutto il Medio Oriente, che per la maggior parte ha votato per l’ultraconservatore Ahmadinejad. Più facile, anche per la Guida suprema, rilasciare dichiarazioni in difesa dei civili di Gaza, ridotti alla fame dall’esercito israeliano, piuttosto che permettere alla stampa nazionale di parlare liberamente della violenta repressione che i suoi pasdaran portano avanti contro l’opposizione al ritmo di migliaia di arresti, tortura, ed esecuzioni sommarie in strada. Niente di nuovo insomma fra Iran e Israele, se non che l’Olocausto si è trasformato nell’ennesima foglia di fico per due governi con l’acqua alla gola.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.






