Non c’è muro che tenga per bloccare fantasia e pacifismo
TERRITORI OCCUPATI. Dal 2005, ogni settimana, nel villaggio di Bil’in i palestinesi inventano dimostrazioni non violente. Il modello si sta diffondendo in molte cittadine e località, mettendo in crisi i metodi aggressivi dell’esercito israeliano.
Duro attacco al movimento pacifista. Per le simpatie internazionali che attrae, la resistenza palestinese non-violenta preoccupa le forze di sicurezza israeliane. In questi ultimi mesi, l’esercito e le forze dell’ordine israeliani hanno intensificato gli arresti. Dal 2005, il villaggio di Bil’in, ad ovest di Ramallah, organizza dimostrazioni pacifiche ogni settimana. Protestano contro il muro di separazione (dichiarato illegale nel parere espresso dalla Corte internazionale di giustizia nel 2004) e contro le colonie (illegittime per il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite). Il villaggio, sei chilometri ad est della Green line, ha perso metà del suo territorio a causa dell’espansione delle colonie e del muro.
Da gennaio 2005 i residenti hanno costituito un comitato popolare. Ogni venerdì, uomini, donne e bambini manifestano davanti alla porta del muro che separa i 1.700 abitanti dalla loro terra. C’è chi s’incatena agli alberi di olivo e chi proietta con gli specchi slogan sui soldati israeliani. Una sera l’esercito di Tel Aviv ha reagito alla resistenza popolare di Bil’in invadendo il villaggio. Gli abitanti hanno così organizzato una partita di volley nel mezzo della strada principale, dimostrando il loro spirito creativo e pacifico. Per Mohammed Khatib, membro del comitato popolare di Bil’in, i manifestanti oscillano fra le 200 e le 3.000 persone. «Stranieri e locali - spiega Khatib - sono parte integrante della lotta». Per i più giovani, è un’occasione d’incontro con israeliani che non siano né soldati né coloni.
Il muro nato per separare i due popoli crea a Bil’in, ironia della sorte, nuovi legami. Nel villaggio si sono tenute quattro conferenze sulla resistenza non-violenta e l’occupazione. Tra i relatori: i nobel per la pace Desmond Tutu e Mairead Maguire e Luisa Morgantini, vice presidente del Parlamento europeo. La lotta popolare si è estesa con campagne di boicottaggio internazionale e azioni legali. Il villaggio sta facendo causa a due compagnie del Canada per il loro ruolo nella costruzione nel villaggio di nuovi insediamenti. Bil’in non è un caso isolato. Questo modo di proteste si è esteso ad altri villaggi, come Ni’lin, Ma’asara e Sheikh Jarrah, tanto che l’Autorità palestinese ha recentemente sostenuto la lotta. Israele nel frattempo sta lanciando una dura offensiva contro la resistenza pacifica.
Le forze armate israeliane dal giugno scorso entrano di notte e portano via gli abitanti dalle loro case. Nel villaggio di Bil’in, sono state arrestate più di trenta persone. Mohammed Khatib era uno di loro. Accusato, tra l’altro, di tirare pietre. I suoi avvocati hanno però dimostrato che la fotografia sulla quale si basava l’impianto accusatorio era stata scattata in un giorno in cui Khatib si trovava all’estero. Ma altri 14 abitanti di Bil’in tuttora sono detenuti. «I militari spesso ammanettano e bendano i detenuti, trascinandoli fuori dal villaggio per interrogarli - denuncia B’Tselem, il centro d’informazione per i diritti umani nei territori occupati -. Solo più tardi, vengono condotti nei luoghi di detenzione ufficiali».
Lo scopo è di mettere fine alle manifestazioni. Amira Hass, una giornalista di Haaretz, ha spiegato che la lotta popolare non violenta palestinese è pericolosa perché non può essere etichettata come terrorismo. Così le forze israeliane hanno intensificato la repressione. Jamal Juma, coordinatore della campagna di Stop the wall, è stato arrestato il 16 dicembre 2009 e rilasciato quasi un mese dopo. Contro di lui nessuna imputazione.
È stato arrestato in base alla legge militare che consente di trattenere le persone fino a 90 giorni anche in assenza di un capo di imputazione. Mohammed Othman, un altro attivista della stessa campagna, è stato invece rilasciato il 13 gennaio 2010. Trattenuto anche lui senza imputazione o processo. Abdallah Abu Rahma, membro del Comitato popolare contro il muro nel villaggio di Bil’in, è stato arrestato il 10 dicembre 2009. Stavolta le accuse erano tre: incitamento alla protesta, lancio di pietre e possesso di armi (vecchi proiettili e granate raccolte per esporle nel museo di Bil’in).
Abu Rahma è ancora in carcere. Mentre Ibrahim Amirah e Hassan Mousa, due componenti del Comitato del villaggio di Ni’lin, sono stati arrestati il 12 gennaio 2010 durante un raid notturno. Lo stesso giorno, Eva Nováková, responsabile comunicazione del Movimento di solidarietà internazionale (Ism) è stata catturata nell’area A, vicino al centro di Ramallah, perché il suo visto era scaduto. Secondo gli accordi d’Oslo, l’area A è sotto il controllo civile e di sicurezza dell’Autorità palestinese. Perciò è inusuale un’incursione del genere. Malgrado la repressione israeliana «la resistenza continua», promette Mohammed Khatib.
E infatti ieri hanno manifestato tra 300 e 400 persone a Bil’in, di cui 200 persone del Fatah, il movimento nazionale di liberazione. L’appoggio del Fatah alla protesta popolare non violenta è uno degli aspetti più positivi della manifestazione di ieri.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







