Ong, bloccati i visti di lavoro

Annalena Di Giovanni

PALESTINA. Con una nuova ordinanza il ministero degli Interni israeliano ha deciso di non rilasciare più alcun permesso collegato al compenso agli operatori di Ong presenti nei territori palestinesi. A denunciarlo il quotidiano Haaretz.

D'ora in poi, tutti turisti in Cisgiordania. È la nuova ordinanza del ministero degli Interni israeliano, denunciata ieri dal quotidiano Haaretz, che ha deciso di non rilasciare più alcun permesso di lavoro agli operatori di Ong presenti nei territori palestinesi. Al di fuori di Nazioni unite e Croce rossa internazionale, dunque, chiunque intenda lavorare fra i palestinesi dovrà farlo con un permesso di tipo B2 che in pratica limita l’ingresso in territorio israeliano o palestinese occupato al solo viaggio senza compenso.
 
Il problema dunque, d’ora in poi, non sarà soltanto il dover guadagnare soldi da un’attività professionale “di nascosto”; quanto, piuttosto, il riuscire effettivamente a mettere piede nel territorio stesso. Chiunque abbia esperienza dei Territori Occupati sa bene, infatti, che il permesso di lavoro era l’unico modo per assicurarsi l’ingresso. Sia l’aeroporto di Tel Aviv che le altre frontiere internazionali israeliane, infatti, hanno da sempre concesso visti turistici in maniera del tutto arbitraria, limitando il permesso a chi potesse provare di avere un contatto israeliano cui andava a far visita, e comunque decidendo di revocare l’ingresso «per motivi di sicurezza» a chiunque fosse sospettato di simpatie filo-palestinesi.
 
Capelli lunghi, Kufiyye, abbigliamento “di sinistra”, zaini al posto dei trolley con le rotelle: qualsiasi scusa può valere il rifiuto del permesso turistico israeliano «per motivi di sicurezza». Save the children, Medici senza frontiere e Terre des hommes sono soltanto alcune delle sigle più importanti colpite dai nuovi regolamenti. È chiaro che, per organizzazioni più piccole e politicamente connotate, elemosinare un visto turistico si farà pressoché impossibile. E il divieto si estende a quanti chiederanno di poter insegnare all’interno del sistema universitario palestinese, uno dei più all’avanguardia di tutto il mondo arabo.
 
Ma le cattive notizie, a quanto pare, non valgono per tutti. Perché se da un lato chi opera a fianco dei palestinesi, d’ora in poi, dovrà passare dalla Cisgiordania come turita, dall’altro c’è chi ha appena ottenuto il pieno riconoscimento di ogni diritto a lavorare fra Ramallah e Nablus. È il caso dei professori e degli studenti dell’Ariel College, istituzione para universitaria che i coloni hanno costruito nei Territori Occupati e che, da ieri, è stata pienamente parificata. Un colpo di mano del vice-premier Avigdon Lieberman, lui stesso colono, che nella Knesset, il parlamento di Tel Aviv, ha messo alle strette il collega Ehud Barak.
 
Infatti il partito di cui Barak è leader, quello laburista, si era già espresso contro la legalizzazione dell’università dei settler. Lieberman però ha chiaramente fatto capire a Barak che, se non avesse domato i suoi colleghi di partito quel tanto che bastava per far passare la legge sull’Ariel College, il suo partito, Yisrael Beitenu, avrebbe a sua volta bloccato le proposte. 

La prima pagina del giornale
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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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