Ora riforme condivise
ISTITUZIONI. Nel discorso di fine anno Napolitano parla di crisi economica, lavoro e unità nazionale e lancia un monito contro il sovraffollamento delle carceri e il razzismo. La disoccupazione giovanile resta però in cima alle sue preoccupazioni.
«Di fronte alla pesante caduta della produzione e dei consumi, certo si è confermata la vocazione e l’intraprendenza industriale dell’Italia ma ci sono state aziende che hanno subito colpi non lievi». Con il tradizionale messaggio di fine anno, trasmesso a reti unificate, il presidente Giorgio Napolitano ha fatto irruzione nelle case degli italiani parlando di questioni concrete. Disoccupazione, lavoro, crisi economica - temi di solito espunti dal dibattito pubblico, complici i media e il governo - sono comparsi d’improvviso sul piccolo schermo domestico.
Nel lavoro preparatorio del suo discorso, Napolitano ha prestato particolare attenzione agli sudi della Banca d’Italia sull’andamento dell’occupazione e ha comparato quei dati con quelli che indicano la forte precarizzazione del lavoro giovanile. A preoccupare il capo dello Stato sono stati anche gli ultimi dati diffusi dall’Istat sulla percentuale di italiani che vivono sotto la soglia di povertà. Da qui il suo appello: «L’economia italiana deve crescere di più e meglio che negli ultimi quindici anni. E perché cresca in modo più sostenuto, deve crescere molto più fortemente il Mezzogiorno. Solo così, crescendo tutta insieme l’Italia, si può dare una risposta ai giovani che si interrogano sul loro futuro ».
Quello della condizione giovanile è sembrato un giusto assillo del presidente della Repubblica: «Una cosa c’è che non ci possiamo permettere: correre il rischio che i giovani si scoraggino, non vedano la possibilità di realizzarsi, di avere un’occupazione e una vita degna nel loro, nel nostro Paese». Fatta questa premessa, una vera e propria rivoluzione dell’ordine dei discorsi politici che siamo abituati ad ascoltare, Napolitano ha ovviamente parlato anche di riforme: «Le riforme istituzionali, tra cui quella della giustizia, non sono seconde alle riforme economiche e sociali e non possono essere bloccate da un clima di sospetto tra le forze politiche». Pure su questo punto c’è un passaggio che fa riflettere: «La Costituzione può essere rivista nella sua seconda parte ma l’essenziale è che siano sempre garantiti equilibri fondamentali tra governo e Parlamento, tra potere esecutivo, potere legislativo e istituzioni di garanzia».
In chiusura di messaggio, due riferimenti non scontati: alla condizione delle carceri («terribilmente sovraffollate, nelle quali di certo non ci si rieduca») e al razzismo («le politiche volte a garantire la sicurezza pur nella loro severità non possono abbassare la guardia contro razzismo e xenofobia»). Infine, il rilancio di principi anch’essi scomparsi dal dibattito pubblico italiano: «È necessario che si riscoprano valori troppo largamente ignorati e negati negli ultimi tempi. Più rispetto dei propri doveri verso la comunità, più sobrietà negli stili di vita, più attenzione e fraternità nei rapporti con gli altri, rifiuto intransigente della violenza e di ogni altra suggestione fatale che si insinua tra i giovani». Chissà quanti italiani hanno applaudito queste parole così inusuali per il piccolo schermo mentre apparecchiavano la tavola per il cenone di fine anno. «Un messaggio ancora una volta autorevole e chiaro.
«Il Paese ha bisogno che governo e Parlamento si diano un’agenda sui temi sociali a partire dal punto di vista delle nuove generazioni», è il commento di Pierluigi Bersani, segretario del Pd. Positivo anche il giudizio di Gianfranco Fini, presidente della Camera: «Condivido appieno le parole alte e nobili del capo dello Stato, il quale si è reso interprete di quel sentimento sempre più diffuso nel Paese che auspica l’avvio di riforme e di una nuova fase politica basata sul civile e democratico confronto ». Dice Pier Ferdinando Casini, leader dell’Udc: «Raccogliamo con convinzione l’appello alla coesione nazionale». Positivi anche i commenti di governo e centrodestra. Del resto, siamo ancora in clima natalizio.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







