Papi, maghi ed economisti

Luca Bonaccorsi

IN FONDO. I motivi per cui ignorare i moniti degli economisti sono comprensibili. Meno comprensibile è quel festival dell’ignoranza rappresentato dagli attacchi verso costoro

C’è qualcosa di intrinsecamente ironico nelle dichiarazioni del papa sulle previsioni di maghi ed economisti. Agli occhi di chi non crede almeno appare certo ironico che proprio un signore vestito in maniera così particolare, affezionato a indimostrabili teoremi dottrinali, debba tuonare contro gli amanti dell’oroscopo e dell’Occulto. Dal Santo padre ci si sarebbe aspettata una maggiore comprensione nei confronti di chi subisce il fascino del “magico”, del misterioso e ultraterreno. Se non riprovevole, quindi, la sortita papale appare quantomeno ingenerosa.
 
Per quanto riguarda gli economisti, invece, l’ironia del caso cede il passo allo sconforto, per un’affermazione dovuta evidentemente alla scarsa conoscenza della materia. Non è casuale che le tesi vaticane sull’efficacia dei nipoti di Keynes siano state prontamente sostenute da un altro personaggio pubblico digiuno della materia, il ministro Tremonti.
 

Tutti coloro che da anni, invece dell’oroscopo o delle sacre scritture, si ostinano a leggere le analisi economiche sanno che nessuna crisi fu mai prevista, analizzata, annunciata, come quella che stiamo vivendo dal 2008 (ma in realtà dal 2001). Gli squilibri dell’economia mondiale, l’insostenibilità dei tassi di crescita del credito nel mondo e negli Usa in particolare, sono stati oggetto di innumerevoli libri, articoli, denunce discorsi pubblici e accademici. Il problema, quello vero, è che quelle denunce caddero regolarmente nel vuoto.
 
Per una serie di comprensibilissimi, seppur non condivisibili motivi. Il primo è che in questi anni gli economisti che bollavano la crescita mondiale come “drogata” e insostenibile apparivano, essenzialmente, come degli insopportabili guastafeste. I nipotini di Malthus poco poterono contro gli spensierati alfieri della retorica neoliberista, gonfia com’era delle magnifiche sorti e progressive della deregolamentazione finanziaria. Guastafeste, tristi e retrò furono gli epiteti più gentili per i critici della iper-cartolarizzazione dell’universo. E poi c’era la politica. Quale politico si prenderebbe la responsabilità di rallentare la crescita, di regolamentare un industria che produce profitti a vagonate, come era quella  bancaria negli anni 90 e Duemila? E poi ci sono i corrotti, palesi o latenti.
 
Quelli che la lobby finanziaria l’hanno spalleggiata in ogni eccesso. Se il ministro delle Finanze italiano fosse regolarmente l’amministratore di una grande banca, anche nel Paese del conflitto d’interesse qualcuno avrebbe avanzato critiche. Non negli Usa. Non finché tutto è crollato. Insomma i motivi per cui ignorare i moniti degli economisti sono comprensibili. Meno comprensibile è quel festival dell’ignoranza rappresentato dagli attacchi verso costoro.  
 

P.s. Il Festival l’ha vinto il banchiere vaticano Gotti Tedeschi con la sua affermazione: «All’origine della crisi non c’è tanto l’avidità di certi banchieri, bensì la negazione della vita umana che ha provocato un crollo delle nascite». Per fortuna che gli economisti hanno ormai individuato nell’eccessiva natalità e nella condizione femminile il nodo dello sviluppo mondiale.
 

 

La prima pagina del giornale
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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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