Pubblica e ammalata
SANITA’. Medici e personale sanitario in assemblea oggi nei maggiori ospedali d’Italia per denunciare lo stato di crisi. Le «pessime condizioni di lavoro» insieme a una «politica corrotta e cattiva» spingono la categoria verso lo sciopero.
I medici italiani inaugurano la vertenza salute. Con assemblee pubbliche nei maggiori ospedali italiani, oggi, hanno deciso di denunciare le criticità di un sistema sanitario che produce i suoi effetti dannosi sui cittadini ma anche sulla categoria dei camici bianchi. E si preparano a mobilitazioni che impegneranno fino a marzo quando, come preannunciato dalle relative sigle sindacali, si arriverà con ogni probabilità alla sciopero nazionale. Medici, veterinari, sanitari e amministrativi del servizio pubblico questa volta sono uniti nel denunciare «le pessime condizioni di lavoro» cui sono costretti, «lasciati in balìa di una cattiva e corrotta politica». Finanziamenti insufficienti, strutture fatiscenti, ripartizione illogica delle risorse, reticenze organizzative, precarietà degli organici e mole ingestibile di lavoro i punti fermi della protesta.
«Difendiamo la sanità pubblica» è lo slogan che riecheggia da un’assemblea all’altra. Perché se «la qualità del servizio pubblico italiano è riconosciuta a livello internazionale», spiega Massimo Cozza, presidente della Fp-Cgil medici, è pur vero che «occorre fare chiarezza sulle polemiche degli ultimi giorni sui casi di cosiddetta malasanità e condannare il graduale impoverimento che sta interessando la sanità pubblica, in primo luogo per effetto dei ridotti finanziamenti». Siglato il patto tra Stato e Regioni per il triennio 2010-2012, l’Italia resta tra i Paesi dell’area Ocse che investe di meno in sanità nonostante la spesa aumenti senza soluzione di continuità in tutti i Paesi industrializzati. I sindacati contestano dunque l’allarme sulla spesa lanciato dal governo, ma soprattutto chiedono che l’investimento sia qualificato. Servono nuove assunzioni con la stabilizzazione dei 43mila professionisti della sanità con contratti atipici o precari. Ma sono necessarie anche scelte di politica sanitaria lungimiranti, che sappiano differenziare i capitoli di spesa e garantire i livelli di assistenza sul territorio.
«Tecnicamente un ospedale sotto i cento posti letto », argomenta Domenico Iscaro, presidente dell’Anao, l’associazione nazionale dei medici dirigenti, «rappresenta una perdita di tempo e una fonte di spesa inesauribile. Non bisogna aver timore nel chiudere delle strutture e razionalizzare il servizio. Se necessario i medici si trasferiranno. Esempi come la piana di Gioia Tauro dove, in un territorio di circa 50 chilometri quadrati, sono presenti otto ospedali, sono il simbolo di una politica di sperperi che nasconde interessi ben lontani da quelli della cura dei cittadini». E i pazienti non possono che convogliare la loro frustrazione in accuse, spesso sotto la veste giudiziaria, verso il singolo professionista o l’azienda sanitaria. Le denunce presentate sono circa 30mila ogni anno; la maggior parte è destinata a cadere nel vuoto, mentre l’85 per cento dei casi accertati di malasanità sono ricondotti a problemi di natura organizzativa.
Tonino Aceti, membro del tribunale dei malati di Cittadinanzattiva, un’associazione che si fa interprete dei malumori dell’utenza, ricorda le priorità di azione: «Sfoltire le liste di attesa, potenziare l’assistenza sul territorio e aggiornare i livelli di essenziali di assistenza». «I cittadini vogliono garanzie sulla qualità e sicurezza delle prestazioni – aggiunge Aceti – e segnalano una scarsa umanizzazione delle cure e un rapporto medico-paziente sempre più deficitario». Come tra due fuochi, l’autorità politica da un lato e le aspettative del paziente dall’altro, il medico pubblico sembra in impasse. Massimo Cozza lo definisce «il disagio profondo di una categoria immobilizzata tra l’incudine e il martello». Nel paradosso di un Paese in cui, come ricorda il presidente dell’Anao, «delle cinque commissioni parlamentari permanenti ben due sono rivolte al servizio sanitario nazionale, questo stato di crisi continua a dipendere da scelte politiche di vertice, sbagliate o del tutto assenti».
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







