Quanti reporter tra le vittime
L’inviato di guerra è, tra le professioni, senza dubbio una delle più affascinanti. Ma anche delle più pericolose. Nei conflitti i giornalisti condividono la stessa sorte dei militari e i civili, perchè la guerra non risparmia nessuno. In Iraq sono stati uccisi 250 giornalisti. È il più alto numero nelle guerre moderne, di gran lunga il triplo di quelli uccisi nelle due guerre mondiali. Quello che un giornalista non può però prevedere, oggi, in una zona di guerra, è un nemico inedito. E invisibile. Mimmo Càndito, corrispondente di guerra ed editorialista de La Stampa, presidente italiano di “Reporters sans frontières”, ha raccontato le guerre e il mondo degli ultimi 35 anni. Circa tre anni fa gli è stato diagnosticato un tumore, «molto probabilmente» per una contaminazione dal nemico invisibile, l’uranio impoverito. Subita in Iraq forse, o in Afghanistan. O in Somalia o in un altro maledetto posto di guerra. E’ stato inviato sul fronte della prima guerra del Golfo. Oggi vive senza un polmone. «Ero a Miami quando ho iniziato ad avere dei dolori alla cervicale» narra Càndito a Eugenio Arcidiacono, l’unico collega al quale ha raccontato la sua storia. «Ad un controllo medico è risultato un cancro al polmone in stadio molto avanzato.
Il medico mi ha detto che avevo solo due mesi di vita. Negli Usa mi sono sottoposto a due operazioni e 25 sedute di chemioterapia. Oggi vivo con un polmone in meno. Ma sono vivo». Poi Càndito spiega perchè è sicuro che la malattia sia stata provocata dall’uranio impoverito. «Vicino a Miami c’è il Cen ter Command, il comando delle operazioni militari che comprende il Medioriente, l’Iraq, la Somalia, e l’Afghanistan, ossia tutte le aree dove negli ultimi decenni hanno operato i contingenti americani. Visto l’elevatissimo numero di soldati che si sono ammalati e sono morti di cancro dopo le varie missioni, il comando ha commissionato studi per verificare se c’è un nesso con l’uranio impoverito. Questi studi, sono strettamente riservati. Il mio medico ha chiesto ripetutamente di poterli visionare, ma questa possibilità gli è stata sempre negata. Mi ha però detto - prosegue Càndito - che la tipologia del mio cancro, assolutamente asintomatico, è da mettere in relazione all’uranio impoverito. I dati statistici sono scioccanti.
Undicimila soldati americani sono morti di cancro dopo aver partecipato nel 1991, alla prima guerra del Golfo. E non sappiamo dei civili che ogni giorno, nei luoghi dove vivono, hanno respirato e respirano le polveri rilasciate dai proiettili e dalle bombe. Ed ogni giorno si ammalano e muoiono senza nemmeno sapere perché». Chi invece è morto con una quasi certezza, a febbraio del 2008, è Fabio Maniscalco. Napoletano, 43enne, dal 1998 a capo dell’Osservatorio per la protezione dei beni culturali nei Paesi in guerra. Aveva un adenocarcinoma al pancreas, forma rara ed anomala di cancro, causata dall’esposizione a metalli pesanti e uranio impoverito. Presumibilmente contratta tra il 1995 e il 1998 quando, ufficiale dell’Esercito, ha lavorato al patrimonio culturale della Bosnia.
Gli ultimi mesi di vita, Fabio li ha dedicati al tentativo di obbligare le istituzioni a riaprire il capitolo della ricerca sugli effetti dell’uranio impoverito. «Io non chiedo risarcimenti » ha detto prima di morire, «voglio solo che il mio caso sia d’esempio per la ricerca medica, che si riprenda in mano lo studio troppo frettolosamente archiviato» (Mandelli, nda). Ed anche Maniscalco ha rivolto un pensiero ai molti civili, «quelli come me, quelli che fanno la vigilanza a un sito bombardato, i giornalisti e gli operatori umanitari. E anche le popolazioni locali che magari muoiono come mosche ma nessuna statistica se ne accorge. C’è davvero bisogno di riprendere uno studio. Perchè l’uranio può colpire anche dopo dieci anni, quando i militari non sono più nell’Esercito! Muoiono da civili, in breve tempo, senza sapere perché. Per me oramai non c’è più nulla da fare. Ma che si salvino almeno altre persone».







