Rilanciare l’Europa e tingerla di verde. La missione quasi impossibile di Zapatero

Simonetta Lombardo e Aldo Garzia
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MONDO. È iniziato il semestre a presidenza spagnola dell’Unione europea. Il governo socialista di Madrid, tra i pochi a resistere in un continente dominato dalle destre, deve anche convivere con Herman Van Rompuy e Catherine Ashton, presidente e ministro degli Esteri dell’Unione voluti dall’entrata in vigore del Trattato di Lisbona. In questo quadro, l’ambiente rischia di diventare più un problema che una opportunità. Ma la Spagna ha qualche carta ecologica da giocare.

Simonetta Lombardo.
Venti che tirano da tutte le parti, alleati di cui testare l’affidabilità e la solidità, scogli che affiorano. Un passaggio complesso come la circumnavigazione di un continente, quello che tocca alla presidenza spagnola dell’Unione europea. A governare l’instabile e indebolita ammiraglia comunitaria, in un momento di crisi perdurante, è un governo di sinistra in mezzo a tante fregate conservatrici e in via di rapida sterzata a destra. Inoltre, la Spagna è fra tutti i Paesi europei uno di quelli che ha pagato il maggior prezzo in termini di occupazione persa e di generale impoverimento. E per non farsi mancare proprio nulla, Luís Rodríguez Zapatero si trova a essere il primo presidente di turno dell’Unione europea che non sarà presidente in carica, così come il suo ministro degli Esteri non governerà la pur vaga politica estera europea. Quello di Madrid è infatti il primo esecutivo a dover fare i conti con una presidenza “fissa” per trenta mesi (lo prevede l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona), quella dell’ex primo ministro belga Herman Van Rompuy, e a trovarsi a far coppia con l’ingombrante Catherine Ashton alla guida del Foreign Office europeo.
 
Ultimo passaggio pericoloso, quello del cambio di tutti i commissari dell’Unione, con l’apparizione di nuove specie e famiglie e l’estinzione di altrettante nell’intricata giungla dei rapporti di forza di Bruxelles. E forse non è da dimenticare la complicazione che viene aggiunta al sistema dal fatto che per la prima volta si tenterà di governare il vecchio continente con una troika che assicuri maggiore continuità alle politiche, formata anche dai due governi - Belgio e Ungheria - che erediteranno da qui a metà 2011 il bastone del comando dell’Unione europea (si fa per dire). In questi complicati frangenti, paradossalmente, il tema ambientale sembra aggiungersi più come un problema che come un’opportunità. La Spagna, nonostante le contraddizioni di un sistema fortemente basato sulla regola aurea del “costruire, costruire, costruire” con relativo indesiderabile sottoprodotto dell’occupazione di territorio, ha tutte le carte in regola per trovarsi alla testa di una riconversione green dell’economia e lo ha sostanzialmente fatto nel 2008, prima che la bolla immobiliare scoppiasse seppellendo una buona parte della sua economia.
 
L’asilo energetico di Rubbia
Il solare, ancor più che l’eolico, è stato infatti il cavallo di battaglia del governo Zapatero e della parte più avanzata del sistema produttivo del Paese iberico. E non solo per quello che riguarda gli impianti di riscaldamento dell’acqua o lo stesso fotovoltaico. Il governo di Madrid ha puntato sul termodinamico, il sistema di specchi che fanno convergere i raggi del sole su un unico punto, riscaldando a temperature altissime una miscela di sali che restituisce il calore sotto forma di energia. Così, il Nobel italiano Carlo Rubbia, riscopritore e sostenitore del solare a concentrazione all’epoca della sua presidenza dell’Enea, ha sostanzialmente chiesto e ottenuto asilo energetico in Spagna dopo che l’Italia ha dedicato a questa tecnologia solo l’impianto pilota di Priolo, in Sicilia. Nel Paese iberico, invece, si stanno costruendo 18 centrali di solare termodinamico, nonostante la crisi economica battente.
 
E la Spagna è ancora al quinto posto nel mondo, dopo Usa, Cina, Germania e India, per forindice di attrattività per gli investimenti complessivi nelle rinnovabili elaborato da Ernst & Young. La Spagna, poi, è seconda per la capacità eolica totale al 2008 con 16.599 megawatt (prima la Germania con quasi 24 mila e terza l’Italia con 3.700 a capo di un gruppone di centro) ma, per impianti installati nel 2008, è prima con 1.739 megawatt contro i 1.665 della Germania e i 1.010 dell’Italia. È stato il 2009 ad aver determinato la brusca frenata spagnola rispetto alla volata della green economy. L’antico vizio di puntare sull’edilizia ha esposto in prima fila Madrid allo scoppio della crisi, cui oggi paga un prezzo altissimo in termini di disoccupazione (4 milioni secondo gli ultimi dati) e calo del tenore di vita. Così, al primo posto nel suo programma di governo dell’Unione europea, Zapatero ha premuto l’acceleratore in primo luogo sulla risoluzione della recessione economica, senza porre troppa enfasi su quanto sarà “verde” questa politica. In pole position, nelle dichiarazioni iniziali, anche la politica sociale, con particolare enfasi sull’integrazione dei generi, e quella mediterranea e di dialogo con l’America Latina, tradizionale referente della politica estera spagnola (peraltro le relazioni sono cominciate con un consistente scontro diplomatico con Cuba, non troppo apprezzato a livello europeo).
 
Clima e acqua
In campo ambientale, sarà piuttosto l’acqua, e non l’energia, il cavallo di battaglia del governo spagnolo in Europa, visto che tra le promesse c’è quella di lavorare alla strategia contro la scarsità idrica e la siccità che dovrebbe arrivare a conclusione l’anno prossimo con la revisione della direttiva sull’acqua potabile. E sarà ancora questa la chiave con cui il governo Zapatero si ripromette di operare sulla questione climatica: gestione degli eventi estremi, alluvioni e inquinamento della risorsa. Rispetto alla complessità della sfida politica ed economica che aspetta l’Europa in tema di cambiamenti globali, non traspare perciò una rotta verde. In questi mesi, infatti, si decide il futuro del protocollo di Kyoto, oltre che l’impegno europeo all’abbattimento delle emissioni d gas serra. Entro la fine di gennaio, si dovrebbe affrontare il nodo del cosiddetto Accordo di Copenaghen: teoricamente, i Paesi presenti nella capitale danese dovrebbero (tutti meno sette ribelli) firmare il patto deciso da Stati Uniti e Cina in barba alla governance mondiale e anche in gran dispetto alla diplomazia europea (che ha mostrato un’imbarazzante incapacità non solo di leadership ma addirittura di esistenza in vita, al di là delle belle dichiarazioni in assemblea).
 
Inoltre, c’è da affrontare il passo concreto dell’aggiornamento della direttiva 20-2020 (taglio del 20 per cento delle emissioni e aumento del 20 per cento delle rinnovabili e dell’efficienza energetica entro il 2020). La volontà dichiarata era quella di portare il taglio dei gas serra al 30 per cento, ma è mancato un accordo internazionale che appoggiasse il programma europeo: a questo punto, occorre almeno lasciare aperta la strada a una possibile ricontrattazione. In questo quadro, sarebbe di estrema importanza che l’Unione europea ricominciasse a ricucire la tela diplomatica con i Paesi più poveri che nel passato le ha permesso di realizzare accordi internazionali sul clima: quella santa alleanza si è spezzata a Copenaghen e forse non basterà il lavoro del nuovo commissario europeo all’ambiente, lo sloveno Janez Potocnik, ex commis cittasario alla Ricerca, a ricucirla. Quello che succederà in questo semestre spagnolo, dal punto di vista ambientale, sarà reso definitivamente chiaro oggi, nella conferenza stampa che stamattina a Siviglia chiude la riunione informale dei ministri dell’Ambiente dell’Unione europea. Speriamo che la goletta verde spagnola mantenga la rotta.
 

2010, il vecchio continente assomiglia a un gambero

Aldo Garzia.  
Un sorridente Mr. Bean, il personaggio interpretato dall’attore britannico Rowan Atkinson, ha sostituito per pochi minuti l’immagine del premier Zapatero salutando gli internauti con espressione di sorpresa e un «Hi there» («Ciao a tutti»). È quello che gli hacker sono riusciti a fare per pochi istanti nella pagina web della presidenza spagnola di turno dell’Unione europea aggirando tutti i sistemi di sicurezza informatici. Un colpo gobbo e spiritoso andato a segno lo scorso 3 gennaio, primo giorno di presidenza spagnola dell’Unione, e giocato sul soprannome di Bambi che è stato appioppato anni fa al leader spagnolo per via dell’espressione del suo sguardo dove dominano le movenze degli occhi. José Luis Rodríguez, al governo della Spagna dal 2004 e riconfermato nelle elezioni del 2008, sa che il suo futuro politico -la nuova prova delle urne lo attende nel 2012 - si gioca oltre che su come saprà condurre la Spagna fuori dalla crisi economica anche su come saprà gestire questo semestre di presidenza europea.
 
Come primo atto della sua investitura ha riunito nei giorni scorsi a Madrid Jacques Delors, ex presidente della Commissione europea, autore nel 1993 di un Libro bianco sull’Europa rimasto purtroppo lettera morta, Felipe Gonzalez, ex premier spagnolo e Pedro Solbes, ex ministro dell’Economia dei suoi governi ed ex commissario europeo. Il gruppo dei saggi e il presidente di turno dell’Unione europea si sono detti d’accordo sulla necessità di rafforzare la politica economica comune dell’Europa. Su come farlo, ci si è aggiornati. L’Europa resta in questa fase più uno spazio geografico ed economico che un reale soggetto politico. Nell’ultimo periodo si sono fatti molti passi del gambero: basti pensare alla crisi finanziaria e alla politica estera. E ciò non aiuta la presidenza del leader socialista di Madrid. Da qui l’idea del gruppo di “saggi” (Delors, Gonzalez, Solbes per l’appunto) che dovrebbe aiutare il suo non facile lavoro.
 
Quella di chiedere aiuto agli intellettuali o a politici esperti è una buona abitudine di Zapatero. Ha fatto altrettanto con il filosofo Philip Pettit, tra i teorici delle idee moderne di libertà, irlandese di nascita, professore di Teoria sociale e politica presso la Scuola di ricerca in Scienze sociali della Australian National University di Camberra e della Columbia University di New York, quando gli chiese di coadiuvarlo nella legislazione sui diritti e la laicità che ha caratterizzato i suoi primi fortunati quattro anni di governo. Intervenendo a una conferenza della Fundación Carlos de Amberes a Madrid, Zapatero ha di recente chiarito i suoi obiettivi. Primo: l’Europa non può che avere forti relazioni con il continente americano.
 
Con il Nord, con cui Zapatero è di nuovo in sintonia dopo lo strappo sull’Iraq dovuto al ritiro delle proprie truppe, grazie all’elezione del coetaneo Barack Obama, e con il Sud, che, a parte gli ovvi legami storici e culturali, ha nella Spagna uno dei suoi primi investitori. «Voglio che la presidenza spagnola si distingua per essere euro-americana, nel significato più ampio del termine», ha detto il leader socialista per chiarire meglio quello che pensa. Per raggiungere questo traguardo, il semestre spagnolo si impegnerà a far sì che «il VI vertice Europa-Latinoamerica-Caraibi costituisca un salto qualitativo nel rafforzamento della relazione essenziale tra due regioni del mondo che condividono forti legami storici, sociali, culturali ed economici». Zapatero lavorerà anche alla firma dell’Accordo di associazione tra l’Unione europea e l’America centrale, che sarebbe il primo tra queste due parti del mondo.
 
Il rapporto con gli Stati Uniti sarà tra quelli a cui la presidenza spagnola dedicherà più attenzione. «Nel nuovo mondo multipolare, l’Europa e gli Stati Uniti devono continuare a essere alleati essenziali», ha argomentato Zapatero proponendo un rapporto tra eguali. Il premier spagnolo ha aggiunto che tra le priorità della sua presidenza ci saranno ovviamente la crisi economica e la crisi sociale in cui si dibatte l’Europa: «Occorre lavorare a un nuovo modello economico, più competitivo, più innovatore e più sostenibile. La green economy è la questione del futuro». Sul futuro del Trattato di Lisbona, Zapatero ha speso poche parole: «Non bisogna far morire la grande utopia dell’unità politica assieme alla costruzione di un’Europa più sociale che preveda significativi progressi nell’integrazione degli immigrati, un nuovo impulso al concetto di cittadinanza europea, che spinga anche verso una maggiore presenza dell’Unione sulla scena internazionale.
 
Il rafforzamento dell’Unione europea passa anche attraverso la creazione di un Consiglio dei ministri della Difesa perché la Nato non può essere né ostacolo né scusa per l’integrazione europea su questi temi». Ultimo impegno di Zapatero: un’accelerazione dei rapporti con la Turchia, Paese particolarmente amico della Spagna, che il premier socialista vorrebbe fosse associato all’Unione entro il 2010. Su questo punto non sarà facile raggiungere un risultato positivo, perché il presidente francese Nicolas Sarkozy ha più volte minacciato che sull’ingresso della Turchia nell’Unione la Francia potrebbe indire un proprio referendum (ipotesi che piace alla Lega di Umberto Bossi).
 
Il Trattato di Lisbona
Il Trattato di Lisbona entrato in vigore lo scorso dicembre è un ripiego rispetto al precedente progetto di Costituzione europea affondato nel 2005 dai “no” nei referendum in Francia e Olanda, ratificato dal Parlamento italiano all’unanimità, dopo un percorso assai tortuoso che pareva essersi spezzato definitivamente nel giugno 2008 con l’esito del primo referendum in Irlanda che lo aveva bocciato. Lo scorso 10 ottobre è stata la volta della ratifica da parte della Polonia. Poi è arrivata la deroga concessa dall’Unione europea alla Repubblica Ceca con la conseguente ratifica a novembre 2009 da parte del presidente Vaclav Klaus. Dopo il voto del nuovo referendum in Irlanda del 2 ottobre 2009 sulla ratifica del Trattato di Lisbona, è iniziata la sua messa in opera. Occorre ricordare che l’obiettivo del Trattato resta la semplificazione dei metodi di lavoro e delle norme di voto dell’Unione a ventisette. Il voto a maggioranza qualificata in seno al Consiglio viene infatti esteso a nuovi ambiti politici per accelerare e rendere più efficiente il processo decisionale.
 
A partire dal 2014, con il Trattato in vigore, il calcolo della maggioranza qualificata si baserà sulla doppia maggioranza degli Stati membri e della popolazione, in modo da rappresentare la doppia legittimità dell’Unione. La doppia maggioranza è raggiunta quando una decisione è approvata da almeno il 55 per cento degli Stati membri che rappresentino almeno il 65 per cento della popolazione dell’Unione. A pesare sul futuro dell’Europa politica è la vittoria del centrodestra alle ultime elezioni europee che riflette le realtà nazionali che lo vedono ormai al governo in ben venti paesi. Nel pieno di una crisi economica, finanziaria e sociale l’Unione europea è nelle mani del centrodestra senza che si veda all’orizzonte un movimento di opposizione e di alternativa. Le uniche voci in grado di farsi ascoltare, come si è visto nella fase più acuta della crisi economica internazionale, sono quelle di Germana e Francia.
 
Ma parlano a nome proprio, non dell’Europa che c’è o dovrebbe esserci. E a farlo sono due conservatori, seppure atipici, come Nicolas Sarkozy e Angela Merkel. José Manuel Durão Barroso è stato intanto rieletto a metà settembre presidente della Commissione europea con una maggioranza di centrodestra, comprensiva di euroscettici nazionalisti e di xenofobi agguerriti. L’Asde, nuovo nome del Gruppo socialista e dei democratici, ha dato la consegna dell’astensione anche se circa sessanta dei suoi deputati lo ha votato, così da permettergli di oltrepassare di 13 voti la maggioranza assoluta. Un successo per un esponente della destra, che ha improntato il suo programma a una retorica europeista per nascondere la vocazione a eseguire le politiche dei governi forti di Germania e Francia. Il colpo decisivo alle chance di riprendere un contraddittorio cammino verso l’unità politica dell’Europa potrebbe venire anche dall’esito delle elezioni politiche in Gran Bretagna, in calendario in una data che non dovrebbe superare la prima settimana di giugno 2010.
 
Nel programma di David Cameron, il quarantatreenne leader conservatore che tutti i bookmaker indicano come il futuro inquilino di Downing Street dopo il ciclo laburista iniziato nel 1997 da Tony Blair, c’è addirittura l’impegno a chiamare alle urne in un referendum il proprio Paese proprio sul tema della ratifica o meno del Trattato di Lisbona. Questa minaccia è superata, dal momento che il Trattato è già in vigore ma di certo un governo conservatore a Londra non brillerà per il suo europeismo (del resto neppure i laburisti lo hanno fatto). Sul fronte economico c’è da registrare una piccola novità: in Gran Bretagna e Svezia, da parte di laburisti e socialdemocratici, si assiste a una maggiore disponibilità nei confronti di una eventuale adesione all’euro dei propri Paesi rispetto al no secco del passato. La crisi ha convinto che la moneta comune può servire a gestire meglio il cattivo andamento dell’economia. Si tratta però finora di un pallido ripensamento.
 
In questo quadro, le sinistre appaiono ripiegate nei propri casi nazionali. Spicca come paradigmatico il “caso tedesco” con la crisi della Spd socialdemocratica. Appare silente pure il movimento no-global europeo, che con la sua azione aveva riproposto il contrasto delle linee maggioritarie del processo burocratico con cui è stato gestito prima l’allargamento a ventisette Paesi dell’Unione e poi la mediazione del Trattato di Lisbona. La crisi di un modello di globalizzazione e di finanziarizzazione dell’economia ha trovato del tutto impreparate le sinistre e i sindacati del vecchio continente, incapaci – chi più chi meno – di mettere al centro della propria azione una rinnovata critica del capitalismo. Cosa potrà fare Zapatero in questo contesto?

La prima pagina del giornale
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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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