Teheran, due dissidenti impiccati. Nuovi martiri per la rivoluzione

Versione stampabileInvia a un amico
Annalena Di Giovanni
iran.jpg
IRAN. Giustiziati ieri nella capitale Mohammad Reza Ali Zamani e Arash Ramani Pour. Erano accusati di aver partecipato alla rivolta di giugno 2009. Sono circa 4.000 gli oppositori in carcere che rischiano la stessa fine “ordinata” da Ali Khamanei.

I primi due della serie, e non certo gli ultimi. Mohammad Reza Ali Zamani e Arash Rahmani Pour sono stati impiccati ieri mattina dopo che la corte d’appello di Teheran ne aveva riconfermato la condanna a morte per associazione all’Assemblea del Regno, un gruppo monarchico iraniano, e all’organizzazione clandestina dei Mujahedin del popolo. Ad allungare la fila delle accuse, anche la definizione di “muhaharib”, nemici di dio. «Dicono avesse diciannove anni», ha scritto la poetessa iraniana Setareh Sabety in un’elegia funebre per i due impiccati, «All’alba, sempre all’alba, l’hanno preso e gli hanno messo un cappio al collo. Oggi non hanno ucciso il mio, di figlio - ma hanno ucciso il suo». Mohammad Reza e Arash sono i primi di undici condannati a morte in seguito ai disordini dello scorso giugno contro la rielezione di Ahmadinejad, scelti fra una rosa di almeno 4000 “dissidenti”,  arrestati per aver protestato in strada nei giorni della “Rivoluzione Verde”, o “Rivoluzione di Neda”.
 
Due impiccagioni, insomma, che puntano il dito contro nemici di sempre, come i mujaheddin o i monarchici, cercando di sconfessare le ragioni delle proteste di piazza. Ma Nasrin Sotoudeh, l’avvocato di Rahmani Puor ha spiegato spiegato che il suo cliente era già sotto arresto da aprile. E di come sia stato messo a processo ancora minorenne, costretto a firmare una confessione di fronte alla minaccia di ritorsione contro la propria famiglia, e infine portato davanti al giudice senza il diritto alla difesa. Il monito, per l’opposizione, è chiaro. D’altra parte il movimento verde ha subito pesanti colpi in queste ultime settimane.
 
La morte a dicembre del leader spirituale ayatollah Montazeri ha innescato l’ennesima ondata di disordini che i pasdaran hanno represso con rinnovata violenza; e la polizia giudiziaria ha “ripulito” le redazioni dei principali organi di stampa dell’opposizione, arrivando a minacciare i politici riformisti Mehdi Karroubi e Mirhossein Moussavi. Il movimento è al bivio. Dai vertici del governo, il controverso presidente Mahmoud Ahmadinejad ha finora scelto di mantenere un profilo basso, relegando ogni replica direttamente alla Guida suprema Ali Khamenei.
 
Quest’ultimo ha chiesto la scomunica per chiunque prenda parte alle prossime proteste, condannando di fatto a morte ogni cittadino che osi opporsi al governo. La linea scelta, dunque, è quella che non lascia spazio ad alcuna mediazione politica. Di fronte ci sono altri quattro anni di governo Ahmadinejad: ultraconservatori al potere, rappresentanti della lobby pasdaran e della Guida suprema. Un blocco monolitico difficile da contestare, a meno che l’obiettivo non sia quello di rovesciare totalmente il regime a colpi di rivolte.
 
Una prospettiva di certo incoraggiata dall’attenzione della stampa occidentale, ma difficilmente appetibile per gli attuali leaders della protesta: nel regime degli Ayatollah mantengono tutt’ora una posizione istituzionale ben inquadrata, che garantisce benefici economici soprattutto quando si tratta della spartizione dei proventi petroliferi, ufficialmente nazionalizzati ma, di fatto, tuttora in mano al clero riformista vicino al movimento verde.