Una scintilla scuote il gigante

Paola Mirenda

NIGERIA. Sale a 280 il bilancio dei morti dopo gli scontri nello Stato del Plateau, cominciati domenica scorsa. Ieri la popolazione ha potuto muoversi liberamente dopo tre giorni di coprifuoco totale. Ma la tensione resta comunque alta.

 
Il primo giorno senza coprifuoco totale è rimasto avvolto da un’atmosfera di tensione. A Jos, capoluogo dello stato del Plateau, gli scontri tra musulmani e cristiani scoppiati domenica hanno fatto oltre 280 morti. Ieri, però, il governo nigeriano ha deciso di concedere la libera circolazione dalle 9 alle 16, per consentire alla popolazione l’approvvigionamento di acqua e cibo. Ma l’emergenza non è finita, come ammettono i generali inviati sul posto per cercare di sedare la rivolta. Nessuno sa dire perché sia esplosa la violenza: non sembra verosimile che all’origine di tutto ci sia uno sconfinamento di terreno, come scrivono i giornali locali.
 
Ma l’ipotesi illustra quanto sia alta la la tensione tra le due comunità, se appare plausibile che una banale lite tra vicini possa degenerare in una guerra di religione. Jos, città di oltre 500mila abitanti, è situata proprio nel mezzo di quella linea non istituzionale che sepera il nord islamico dal sud animista e cristiano. Già nel novembre 2008 era stata messa a ferro e fuoco e 133 persone erano state uccise. Ultimo episodio di una lunga scia di rivolte iniziate nel 2001. La Nigeria, che con i suoi 150 milioni di abitanti è lo Stato più popoloso dell’Africa, sulla carta è un Paese laico. Ma a livello regionale (la repubblica è organizzata secondo un modello federale) la laicità si fa più debole, fino quasi a sparire.
 
Dichiarare anticostituzionale la sharia nel 2002 non è stato sufficiente a creare un sentimento non confessionale nelle istituzioni locali. Di qui le continue crisi, che rischiano però di frantumare il difficile equilibrio tra le diverse fedi. Lo sa lo stesso governo, che per bocca del vice presidente Goodluck Jonathan ammette che quella attuale «è una crisi di troppo, inaccettabile, reazionaria e potenzialmente pericolosa per l’unità del nostro Paese». Un Paese che, al momento, è anche privo di una reale leadership, visto che il presidente Umaru Yar’Adua è ricoverato da novembre in un ospedale dell’Arabia Saudita. Appena due settimane fa, il 10 gennaio, a Jonathan è stato conferito un mandato ad interim, ma la decisione non ha riportato la fiducia tra la popolazione.
 
Il vice presidente, che Yar’Adua aveva scelto per rispettare l’equilibrio confessionale del Paese, rappresenta il sud cristiano, e e fa da contrappeso al capo dello Stato, proveniente dal nord musulmano. La durezza della sua reazione agli scontri, considerando che la maggioranza delle vittime è di religione islamica, potrebbe calmare gli animi, ma potrebbe anche trasformarsi in un boomerang, accendendo nuovi focolai di tensione. Intanto la Croce rossa locale chiede l’aiuto di quella internazionale: nonostante i 5 campi allestiti per chi fugge da violenze, incendi e saccheggi, per accogliere tutti servono ancora posti letto, cibo e medicinali. «Siamo in una situazione disperata», dice il responsabile locale dell’organizzazione, Awwalu Mohammed. «E non sappiamo quando finirà»
 

La prima pagina del giornale
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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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