Usa, la sfida yemenita
TERRORISMO. Concluse le vacanze Obama affronta il nodo al Qaeda, tornato ormai a dettare l’agenda politica per la gioia dei Repubblicani, che accusano di debolezza il presidente. Per il momento si esclude una nuovo fronte di guerra
Il nuovo fronte della guerra asimmetrica è ufficialmente aperto. Le forze yemenite, su esplicita richiesta americana, hanno attaccato Arhab, 40 chilometri a nord della capitale Sana’a, uccidendo due miliziani, ferendone altri tre ma lasciandosi sfuggire Nazih al-Hanq, sospettato di essere il leader di un gruppo affiliato ad al Qaeda e collegato alle minacce di un attacco imminente alle ambasciate americane inglesi ed americane pervenute all’intelligence nei giorni scorsi.
Qualcuno poi guarda persino alla Somalia, stato dove secondo molte fonti occidentali vengono reclutati migliaia di jihadisti. A sostenerlo sul New York Times, è l’esperto di terrorismo Magnus Ranstrorp. Ma la Casa Bianca rimane cauta. Basso profilo, bassa intensità sono gli ordini a Washington. Il livello di allarme in Usa invece rimane alto, segno che la politica del terrore sta avendo il suo effetto. Durante la serata di domenica un uomo ha eluso i controlli dell’aeroporto di Newark, bloccando per ore i voli e gettando migliaia di passeggeri nel panico. La Tsa, Transportation security administration, responsabile per la sicurezza nei trasporti, ha iniziato ieri ad applicare le nuove regole di sicurezza sui voli diretti in Usa.
Perquisizione corporali totali per tutti i passeggeri provenienti da Cuba, Iran, Sudan e Siria, Nigeria, Pakistan e Yemen, considerati ostili agli Usa. Prosegue inoltre la bufera che si è scatenata sui servizi segreti. Obama ha fatto ritorno ieri alla Casa Bianca per fare chiarezza su quello che ha definito un «fallimento» sistematico nell’infrastruttura antiterrorismo. Dopo l’attacco contro Janet Napoletano, capo dell’Homeland security, l’ufficio per la sicurezza nazionale, ora sono gli uffici dell’antiterrorismo a tremare, a seguito dell’annuncio di Obama di «revisionare e migliorare le procedure d’intelligence e di condivisione delle informazioni».
Durante la giornata di oggi si terrà alla Casa Bianca un incontro ai massimi livelli con tutte le agenzie di sicurezza e i servizi segreti. Secondo il capo del contro-terrorismo John Brennan, scelto da Obama per svolgere indagini sull’accaduto, non cadranno troppe teste. «Il sistema di difesa Usa ha sempre lavorato con ottimi risultati, ad eccezione dell’attacco di Natale».
Per il capo della commissione sull’11 Settembre, Thomas Kean, «L’attacco di Detroit è un bene. Il presidente distratto dalla crisi economica, la riforma sanitaria e altre questioni, non aveva prestato sufficiente attenzione al pericolo derivante dal terrorismo. Questo deve occupare sempre il primo posto». I repubblicani sono ovviamente scatenatissimi: la breccia nella sicurezza ha offerto un eccellente argomento per attaccare Obama. Dagli estremisti come Dick Cheney a moderati come McCain, hanno tutti proferito accuse contro il capo della Casa Bianca e l’assenza di una strategia chiara in materia di terrorismo.
Il presidente Usa dal canto suo rispedisce al mittente le accuse e sceglie la via “morbida”, evitando decisioni affrettate. Per prima cosa ha stabilito che Abdulmutallab, il responsabile del fallito attentato di Detroit sarà giudicato in una corte federale, dove potrebbe persino godere di sconti di pena, in caso di ammissione di colpa e condivisione di informazioni sensibili. «L’imputato sa che ci sono certe offerte sul tavolo e potrebbe decidere di dialogare con noi in maniera proficua», ha commentato Brennan. Niente waterboarding o torture per estorcere informazioni, dunque. Secondo, il presidente, fino ad ora, ha evitato qualsiasi retorica iperpatriottista.
Niente discorsi da scontro di civiltà, almeno per ora. Nessuno però s’aspetta l’immobilismo: il Pentagono è in fermento e prepara nuove azioni sul territorio yemenita, con il beneplacito dell’inquilino della Casa Bianca. D’altronde Obama l’aveva cupamente promesso durante il secondo dibattito elettorale televisivo. «Andrò ovunque si trovi Bin Laden, lo stanerò e lo ucciderò». L’America resta l’America.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







