Verso città del Messico, la difficile strada del compromesso

Emanuele Bompan
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AMBIENTE. Il 31 gennaio scade l’ultimatum per dichiarare “spontaneamente” gli obiettivi di riduzione delle emissioni di CO2 entro il 2020. Pershing, inviato Usa per il Cambiamento climatico: «Servono processi decisionali più snelli».

 
Saranno le prossime due settimane quelle in cui si decideranno realmente le sorti dell’accordo di Copenaghen, il testo che dovrebbe portare a un nuovo protocollo legale in sostituzione di quello di Kyoto. A ricordare il conto alla rovescia è stato Todd Stern, capo negoziatore americano alle Nazioni unite per il framework sui cambiamenti climatici (Unfccc), durante un recente meeting degli investitori “verdi” negli Stati Uniti. Stern ha sottolineato che il 31 gennaio scade l’ultimatum per notificare il coinvolgimento all’interno dell’accordo e per dichiarare “spontaneamente” gli obiettivi di riduzione delle emissioni entro il 2020. Questa scadenza non è considerata obbligatoria poiché il Copenaghen accord è semplicemente stato “riconosciuto” nella sua importanza dalla Cop15 (conferenza delle Parti) ma mai formalmente adottato.
 
L’inviato Usa ha però posto l’accento sulla necessità di agire in fretta, per non perdere anche l’occasione di Città del Messico del Cop16, che si riunirà il prossimo dicembre. L’Accordo deve essere infatti siglato da tutti e 192 i componenti del Cop e ognuno di loro deve dichiarare il tetto di emissioni che vuole adottare entro il 2020. Solo così si potrà procedere alla fase successiva: la progressione nella discussione sul trasferimento tecnologico per aiutare i Paesi in via di sviluppo nel taglio alle emissioni, l’allargamento del Redd (i meccanismi per fermare il disboscamento e scambiare quote di emissioni) e trovare consenso sugli strumenti finanziari. I problemi decisionali sono dovuti al fatto che l’Onu per approvare una mozione necessita del consenso unanime di tutti.
 
Questo meccanismo per molti è un impedimento alla continuazione dei negoziati e fonte di frustrazione. Il consenso secondo i negoziatori americani ed europei dà rilievo a posizioni troppo polarizzate. Stern ha ammonito tutti ricordando quanto si sia arrivati «vicini al fallimenti a Copenaghen », a causa di uno scarsa attitudine al compromesso. Anche l’inviato speciale per il Cambiamento climatico Usa Jonathan Pershing ha rafforzato la tesi Stern, dichiarando ieri a una riunione del Centro per studi strategici di Washington che «avere 192 nazioni che si trovano completamente d’accordo in un negoziato così complesso è un ostacolo. Serve una nuova combinazione di processi (negoziali, Nda) ristretti e allargati». Con questa frase Pershing si rivolge soprattutto al Mef, il Fourm delle maggiori economie, come possibile tavolo per uscire dall’impasse. Secondo fonti di Washington, il Messico potrebbe invece costituire un gruppo negoziale ad hoc con altre nazioni in via di sviluppo per proseguire i dialoghi multilaterali.
 
Insomma, bisogna avere soluzioni pronte sul tavolo nel caso di uno stallo a fine mese per non far morire il dialogo. In Usa il grande problema rimane la credibilità. Sebbene Barack Obama supporti caldamente l’Acesa, American clean energy and security act, la famosa legge sul clima, i democratici potrebbero perdere tra oggi e domani il controllo al Senato. Si recheranno alle urne infatti fino alle 20 (le 4 del mattino in Italia) i cittadini dello Stato del Massachusetts per cercare un successore al defunto senatore Ted Kennedy. Sebbene fino alla settimana scorsa la candidata democratica Martha Coakley avesse 17 punti di vantaggio sull’avversario repubblicano Scott Brown, ieri lo sfidante è stato dato come probabile futuro senatore, con 4 punti di vantaggio. Il guaio è che una vittoria repubblicana ribalterebbe gli equilibri al Senato. Con conseguenze disastrose. Oltre la riforma sanitaria anche la riforma sul clima potrebbe saltare, rendendo così vane le promesse Usa sui tetti alle emissioni contenute proprio all’interno della Acesa.
 
Nei prossimi giorni bisognerà poi osservare quale posizione emergerà dall’incontro a Nuova Delhi del Basic (Brasile, Sud Africa, India, Cina) nei confronti dell’accordo e se effettivamente verrà adottato formalmente. Secondo il quotidiano indiano Economic times, Sud Africa e Brasile stanno considerando di aggiungere degli emendamenti all’Accordo di Copenaghen, cercando il consenso degli altri Stati del G77, per rafforzare la propria posizione. La Cina sta pensando a come presentare i tetti alle emissioni di CO2 entro il 2020. Molto probabilmente impiegherà un piano nazionale di intervento piuttosto che fornire cifre dettagliate. Tutti cercheranno di strappare qualcosa per se in cambio di un assenso. Per avere un quadro di quello che succederà il 31 gennaio non bisognerà però aspettare a lungo. Già da sabato, dopo le elezioni del Massachusetts e l’incontro del Basic emergerà un quadro più definito degli impegni che le varie nazioni adotteranno. L’Europa, stando a un documento interno, si aspetta che le altre nazioni adottino l’accordo e le bozze decisionali discusse a Copenaghen. Per ora la partita è ancora aperta.

La prima pagina del giornale
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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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