Yemen, continua l’offensiva. Arrestati membri di al Qaeda
MEDIO ORIENTE. Riaperte le ambasciate occidentali nella capitale. Giallo sul fermo, smentito da un giornale locale, del leader terrorista Ahmed al Hanak. Il governo: «Andiamo avanti da soli, aiutati dagli Usa ma senza interventi diretti».
Mentre negli aeroporti internazionali è caccia alla bomba, continua l’offensiva anti terrorista nello Yemen. Il governo di Sana’a ha mandato migliaia di soldati e uomini dei servizi di sicurezza in tre province (Shabwa, Maarib e Abyan) per combattere la cellula locale di al Qaeda, nata ufficialmente all’inizio del 2009 per volontà di Nasir al-Wouhayshi, uno yemenita meglio noto come ex “segretario” di Osama Bin Laden. L’operazione, fortemente sollecitata dagli Usa, inseguiti dai fantasmi dell’11 settembre, dopo il fallito attentato del giorno di Natale sul volo Amsterdam- Detroit, è iniziata lunedì scorso ma ha già provocato due morti e diversi arresti tra i miliziani che si ispirano agli estremisti. Solo nella giornata di ieri sono stati tre gli uomini di al Qaeda fermati dalle forze yemenite tra cui un’importante leader locale, Mohammed Ahmed al-Hanaq, ed un suo parente, Nazeeh al-Hanaq.
Rimasti feriti due giorni fa nel corso di un raid delle forze di sicurezza, sarebbero stati ritrovati in un’ospedale a nord di Sana’a, nella città di Raida. Ma a smentire l’importante successo militare è il sito del quotidiano yemenita 26 september, secondo cui i due capi sarebbero riusciti a sfuggire all’operazione delle forze di sicurezza. Nessun dubbio, invece, sull’arresto dei quattro complici accusati di aver aiutato i tre militanti ad arrivare nell’ospedale. Secondo 26 september, inoltre, il fermo dei quattro rappresenta «un avvertimento»: chiunque fornisca «qualsiasi tipo di aiuto» ai terroristi sarà punito. Un messaggio davvero importante vista la simpatia di cui godono presso parte della popolazione povera yemenita i fedeli di Bin Laden, “eroe del popolo” ed ispiratore delle lotta contro la corruzione dei governi. Al Hanak era già riuscito a sfuggire ai militari nel corso della prima operazione di lunedì scorso. L’esercito era però riuscito a uccidere due sue guardie del corpo. L’uomo è considerato uno dei responsabili delle trame minacciose che avevano portato domenica scorsa Stati Uniti e Gran Bretagna a chiudere le proprie ambasciate, riaperte ieri insieme con quella francese.
Oltre alla presunta scomparsa di due camion carichi di esplosivi, da lanciare contro le sedi diplomatiche di Usa e Inghilterra, ad angosciare gli occidentali era stato anche l’arresto, sempre nello Yemen, di otto aspiranti kamikaze (yemeniti, sauditi e somali) trovati il 23 dicembre nascosti in un covo nei pressi della capitale con tanto di famiglie al seguito, pronti per andare verso “il martirio”. Il presidente Abdallah Saleh, al governo dal lontano 1978, conosce bene questo genere di fenomeni che interessano il suo Paese, e per questo insieme al suo ministro degli Esteri Abu Bakr al Qirbisi si è detto pronto ad accogliere personale Usa per l’addestramento delle forze antiterrorismo locali. Ma senza un «intervento diretto» dei militari statunitensi perché «complicherebbero le cose». In uno scenario già piuttosto confuso.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







