«Continuate ad aiutarci Haiti rischia l’oblio»

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Floriana Bulfon
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TERREMOTO. La testimonianza di Marco Sacchetti, regista italiano che vive a Jacmel. Tra fatalismo, marines armati fino ai denti, macerie da rimuovere e pericolo rapimenti, continua incessante l’opera di ricostruzione di un’intera comunità.

Le linee telefoniche sono sovraccariche, l’elettricità erogata solo nelle ore notturne, ma Marco Sacchetti ha una gran voglia di comunicare con l’Italia, di parlare di Haiti, di darsi da fare per chiedere aiuti. Marco è un giornalista freelance e un regista televisivo che da 2 anni vive a Jacmel, cittadina di 50mila abitanti nel sud est dell’isola. La più colpita dal sisma dopo Port-au-Prince.
 
Com’è la situazione a Jacmel?
Si sta rapidamente normalizzando ed è notevolmente diversa da quella della capitale. 367 morti, circa un migliaio di feriti, di cui il 20 per cento bambini; meno di 3mila senzatetto, di cui oltre 2000 ospitati nel campo dello stadio comunale in una tendopoli surreale, ad “anarchia organizzata”, dove non mancano acqua potabile, pentoloni di riso e fagioli neri, assistenza, medicinali, musica, speranza e tanta solidarietà. Preoccupano le condizioni dei bambini piccoli, spesso orfani che avrebbero bisogno di latte in polvere, omogeneizzati e di un’assistenza più specifica; ma per fortuna non ci sono stati episodi di rapimenti. Il campo d’aviazione e il porto sono controllati dall’esercito canadese, che gestisce anche l’ospedale da campo. Elicotteri americani e un C130 riforniscono di aiuti e personale militare. Le scuole e le banche sono ancora chiuse, funziona solo qualche Western Union. L’ospedale Saint Michel è fortemente lesionato in quasi tutti i suoi padiglioni e attualmente ospita una settantina di pazienti non gravissimi, assistiti dall’equipe dei medici locali affiancati da quelli di Msf e da un’unità di 44 cubani. Davanti all’ingresso una lunga fila quotidiana per ricevere medicinali e medicazioni. La piccola ex sepolta viva Elisabeth Joassaint è stata dimessa e sta bene insieme ai familiari. Non si scava più e le macerie più ingombranti sono state rimosse.
 
12 gennaio, qual è il ricordo di quel giorno?
Alle 16,50 circa, in pieno sole pomeridiano sulla spiaggia di Timouyage, sotto un gazebo di paglia il carpaccio di un’aragosta appena spolpata schizza via dal piatto insieme al contorno di banane fritte, si rovesciano le birre e tutto il resto. La terra sotto il piccolo hotel Amitié trema molto forte, fortissimo! Si aprono all’improvviso delle crepe nella sabbia mentre il mare di fronte a noi si ritira rapidamente scoprendo la barriera corallina e gli scogli sommersi della costa Sud Est. In poche manciate di secondi il mare si rigonfia e ridistende, in una lunga ondata di riflusso. A sera Jacmel sembra reduce da un bombardamento: un hotel di recente costruzione, il “Peace of Mind” è crollato come un castello di carte da canasta, la chiesetta color crema del “Sacre Coer” di Cyvadier è ridotta in macerie, la statua bianca del Cristo è precipitata dal pinnacolo della facciata esterna. Dopo poche ora la gente appare serenamente raccolta, dignitosamente rassegnata, con quel tipico e disarmante “fatalismo kreyole” che qui aiuta a sopravvivere e a metabolizzare i lutti più strazianti.
 
Come sono stati gestiti gli aiuti? Abbiamo visto immagini di saccheggi, tafferugli, atti di vandalismo. La gente ha ancora speranza negli aiuti internazionali?
A Jacmel niente saccheggi né tafferugli; anzi grande solidarietà tra la gente umile e laboriosa che si è data da fare e ha soccorso e seppellito silenziosamente le proprie vittime, senza panico né clamore. Port-Au-Prince presenta problematiche diverse e sacche di povertà e degrado sociale incolmabili. Il terremoto è stata solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Comunque la speranza e la perseveranza, sono insite nel Dna degli haitiani. La gente è preoccupata per il futuro immediato, c’è il timore diffuso, esaurita la prima ondata di aiuti e una volta abbassate le luci del circo mediatico, di rimanere abbandonati, di cadere nel dimenticatoio, di essere trattata come un territorio occupato dai Marines di Obama. Gli haitiani sono abituati a vedere i caschi blu dell’Onu, ma sono molto impauriti davanti ai militari armati.
 
Cosa ne pensi della polemica Bertolaso-Clinton?
Conflitti di competenza, sovrapposizioni, atteggiamenti egemonici delle forze di pace e dei “nuovivecchi arrivati” – basti considerare la presenza statunitense con ben due portaerei schierate e 13mila uomini armati fino ai denti - sono all’ordine del giorno. Il presidente André Garcia Preval, uomo politico preparato, laureato agronomo e sensibile ai problemi dell’ambiente, deve barcamenarsi tra mille pressioni e tenersi buoni: i marines, gli aiuti Onu di sempre e la Minustah, l’esercito canadese, la frammentazione turbolenta dei partiti interni e dei nostalgici di Aristide, i condizionamenti trasversali e obliqui dei Narcos, gli aiuti petroliferi e il rapporto privilegiato con Hugo Chaves, che continua a inviare svariate migliaia di barili di petrolio al mese. Il tutto da conciliare con le esigenze logistiche di tutte le Ong operanti sul territorio, più la Caritas, la Croce Rossa Internazionale, la Croce Rossa Dominicana, Medici senza frontiere e circa 400 tra assistenti, medici e paramedici medici cubani.
 
I marines come si comportano con la popolazione?
Si sentono sempre protagonisti perché sono un corpo scelto con tutta una vasta mitologia alle spalle; basti pensare che un soldato normale della Minustah, per introdurre un’arma leggera in territorio haitiano deve compilare tutta una serie di moduli e formalità di controllo doganale mentre in questa circostanza particolare gli americani hanno introdotto armamenti pesanti in quantità e personale aggiunto senza passare nemmeno i controlli di routine.
 
In pochi prima del sisma parlavano di Haiti, nonostante le condizioni di povertà. Oggi tutto il mondo è pronto a inviare aiuti. In realtà sono decenni che nel Paese ci sono ingerenze da parte di altri governi. Ora cosa pensi accadrà?
Il fenomeno della “commozione indotta”, che stimola le campagne umanitarie, scoperchiando i sensi di colpa e il buonismo terzomondista globalizzato attraverso i media, ha sempre una doppia faccia. Se la tragedia haitiana si è trasformata in una sorta di “doppiofondo della nostra coscienza sporca”, i problemi urgenti, da risolvere, ancora prima del piano di ricostruzione e della raccolta fondi per finanziarlo, sono: come e dove smaltire tutte le masserizie e le macerie accumulate nel corso del terremoto e in che tempi. Senza contare le decine e decine di edifici e case private pericolanti ancora da demolire; dove riposizionare i quasi 3mila sfollati di Jacmel e come, in quanto tempo, reinserirli nell’attività produttiva locale; come arginare un esodo verso la Repubblica Dominicana e Miami, da parte di un segmento sicuramente privilegiato del la popolazione, che non prova interesse a restare ed impegnarsi attivamente nella ricostruzione; chi va a governare il Paese, considerando che le elezioni previste sono state sospese fino a data imprecisata e che il mandato di Preval, tecnicamente, è come se già fosse scaduto; i nostri giornalisti sono ormai tutti a corto di storie e hanno aspettato solo l’arrivo della portaerei Cavour per poter allungare il “brodo mediatico” della “telenovela global-umanitaria” e giustificare la loro presenza in loco per un altro paio di settimane. Dopodiché, a parte i medici e le Ong, tutti a casa.
 
Il problema dei bambini orfani e rapiti sta diventando urgente. Qual è la situazione di queste ore?
Qualche giorno fa hanno diramato un appello alla radio, rassicurando la popolazione che gli uffici del registro civile centrale, a Port Au Prince sono rimasti in piedi e questo è già una garanzia. Un gruppo umanitario statunitense è stato fermato pochi giorni fa al confine dominicano mentre tentava, a quanto pare, di espatriare illegalmente alcuni orfani. Un controllo minuzioso su tutti gli ospedali e i circa 400mila sfollati solo nella capitale, più l’attività di tutte le Ong operanti sul territorio è possibile solo da parte della Minustah. La polizia haitiana non ha forze sufficienti per presidiare tutti i campi d’accoglienza e i quartieri satellite colpiti dal sisma.

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