«E' ancora tutto marcio»
GIUSTIZIA. Luca Magni, l’imprenditore che diede il via a Tangentopoli nel 1992 denunciando la corruzione nel Pio Albergo Trivulzio, commenta la relazione della Corte dei Conti: «Poco o niente è cambiato. Se non paghi non lavori».
Un paese affetto da una patologia grave nella pubblica amministrazione che si chiama corruzione. Questa è la penosa foto dell’Italia presentata dalla Corte dei Conti. Con l’emergere dell’affaire “Bertolaso & Company” proprio mentre si accendevano i riflettori sul comune di Milano per l’arresto di Mirko Pennisi, ex presidente della Commissione Urbanistica di Palazzo Marino finito in carcere per concussione, l’eco di tangentopoli sembra tornata a farsi sentire. Ma a distanza di 20 anni cosa è cambiato? Quanto è difficile per un imprenditore lavorare in un paese così corrotto? C’è connivenza da parte degli imprenditori? Ne abbiamo parlato con Luca Magni, ex imprenditore monzese che fece arrestare Mario Chiesa, esponente del Partito Socialista e presidente del Pio albergo Trivulzio, per tangenti.
Cosa è cambiato da Tangentopoli?
Poco o niente. Cambiano le modalità ma non la mentalità ingorda di chi vuole soldi e potere. Prima c’era un sistema che governava tutto, oggi sembrano più casi isolati ma certo il marcio è ancora presente e ciò che dice la Corte dei conti non mi stupisce.
Come si innesca il meccanismo della corruzione?
Io mi ci imbattei per caso in quanto già lavoravo al Pio Albergo Trivulzio. Nell’ambiente però le voci girano. Si sanno i nomi di chi può “darti una mano”. Persone che ricoprono ruoli importanti e che possono decidere della vita e della morte della tua impresa. Si pongono a te come dei veri e propri estorsori, o mi paghi o non lavori. Impongono dei diktat, senza troppi giri di parole. In quel caso hai due sole strade da percorrere: o ti allinei e hai le porte aperte o ti chiami fuori e denunci. Con il rischio però di perdere tutto, come successe a me. Io scelsi la seconda strada.
Lo rifarebbe?
Si ma in maniera diversa. Mi cautelerei in qualche modo. Allora feci tutto di slancio, senza preoccuparmi delle conseguenze. Non avevo intenti eroici o rivoluzionari, volevo solo liberarmi dal ricatto. Il problema è che manca il sostegno a chi denuncia. Io fui lasciato solo, abbandonato. Fui definito come la chiave che fece partire la macchina di tangentopoli, beh quella chiave subito dopo fu buttata.
Quanto ci rimette il Paese?
Moltissimo. Innanzitutto perché tutto il peso delle tangenti viene scaricato dagli imprenditori sui costi finali che paga la collettività. C’è poi il discorso della competitività: un sistema competitivo premia i più meritevoli, un sistema corrotto premia chi ha più soldi per “ungere”.
Ci sono delle responsabilità pure fra gli imprenditori?
Certamente, in questi affari si arricchiscono tutti. Il silenzio, l’omertà, così come l’impunità, sono il terreno preferito per la corruzione. L’ associazionismo si auto protegge, manca il coraggio per fare le denuncie. Del resto chi si lamenta è sempre chi viene escluso, non certo chi è nel giro.
Come lei?
La mia impresa di pulizia lavorava già al Pio Albergo Trivulzio. Non avevo certo bisogno di protettori.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







