«Mio padre non liberò Moro»
GIUSTIZIA. Nel processo a carico del senatore del Pdl Marcello Dell’Utri, a sorpresa il pm Gatto chiede di ascoltare un nuovo teste. La parola tornerà a Massimo Ciancimino, che svela retroscena sul sequestro del presidente democristiano.
Il processo dove il senatore del Pdl Marcello Dell’Utri è imputato per concorso esterno in associazione mafiosa (dopo la condanna a nove anni in primo grado) si fermerà per due settimane, tempo necessario alla difesa per prendere visione dei faldoni con cui il pm Nino Gatto ha motivato la richiesta di riapertura del processo. La Corte di appello palermitana, infatti, ha accolto la richiesta dell’accusa di sospendere la requisitoria per inserire la nuova deposizione dell’unico teste che, con le sue dichiarazioni a singhiozzo, sta sconvolgendo i principali procedimenti in tema di trattativa tra Stato e mafia: Massimo Ciancimino.
Il flusso continuo di informazioni che esonda dalla fervida memoria del figlio dell’ex sindaco di Palermo continua a ricostruire pezzi della storia d’Italia, non ultimo le vicende politiche che hanno accompagnato il caso Moro. La Procura di Roma, infatti, ha aperto un nuovo fascicolo di indagine sul sequestro dello statista democristiano, basandosi proprio sulle dichiarazioni che Ciancimino ha reso nel gennaio di quest’anno e che ieri sono confluite, in copia, alla procura palermitana. «Nel 2000 - ha detto Ciancimino junior ai magistrati della Capitale - mio padre mi disse che i cugini Salvo e l’onorevole Rosario Nicoletti, ex segretario della Dc siciliana, si erano rivolti a Salvo Lima, dicendo di essere in grado di dare indicazioni sul luogo in cui era tenuto prigioniero Aldo Moro».
Il covo cui fa riferimento Ciancimino era con ogni probabilità quello di via Gradoli ma, pur in grado di intervenire per la liberazione dell’allora presidente democristiano, arrivò il contrordine. «In seguito - ha detto Ciancimino junior - a mio padre fu chiesto di impedire la liberazione dello statista dal segretario della Dc Zaccagnini attraverso Attilio Ruffini (allora era ministro della Difesa, ndr). Analoga richiesta gli era giunta da appartenenti a Gladio, nella cui struttura mio padre era inserito, e dai servizi segreti». Un’indicazione partita dai vertici dello Stato che fermò, sempre secondo la deposizione del pentito, l’azione del boss mafioso Pippo Calò. «Calò disse a mio padre - ha continuato il figlio - di essersi adoperato per individuare il covo di Moro, attività che aveva svolto servendosi dei suoi amici della banda della Magliana e che aveva consentito di stabilire che Moro era in via Gradoli. Mio padre però disse a Calò che non si sarebbe più dovuti intervenire per la liberazione».
Nuove rivelazioni che vanno ad aggiungersi ai contributi che Massimo Ciancimino ha reso in altre indagini e che risultano anche dai verbali del processo per favoreggiamento all’ex comandante dei Ros Mario Mori. Ma che, questa la novità, in qualche modo collegano la vicenda al nome di Marcello Dell’Utri. Anche per questo il pm palermitano ha chiesto la deposizione del teste per la seconda volta dopo che, nei mesi precedenti, la Corte l’aveva respinta ritenendo le dichiarazioni di Ciancimino vaghe e infondate.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.






