Alla conquista dell’acqua
MOBILITAZIONE. Un territorio dopo l’altro contro la privatizzazione del servizio. Anche l’Altopiano dell’Alfina si schiera.
Temono il peggio e sono pronti a mobilitarsi per evitarlo. Dalle terre dell’acqua, l’Altopiano dell’Alfina, una nuova voce si è aggiunta al coro per dire No alla privatizzazione del servizio idrico. Riuniti attorno a un tavolo studiano una strategia, mettendo a fuoco uno dopo l’altro i punti della questione. In un antico casale, la locanda della Quercia Calante, nel cuore dell’Umbria, il fermento prende forma. «Privatizzare un bene essenziale alla vita significa privare i cittadini della reale democrazia», dice Cristina, una cittadina di Orvieto da tempo impegnata per la salvaguardia del territorio.
L’acqua, da queste parti, è il perno attorno a cui ruotano diverse battaglie, e l’ipotesi di privatizzare il servizio viene dopo l’aggressione all’area dei cavatori di basalto che, con l’incessante attività estrattiva, mettono in pericolo la salubrità dell’immenso bacino idrico che soggiace all’Altopiano. Solo tre settimane fa, gli abitanti del comprensorio hanno dovuto fare a meno dell’acqua potabile, e ancora non hanno ricevuto spiegazioni riguardo al perché sia successo. Il serbatorio da cui attingono i pozzi comunali aveva superato i limiti consentiti di acidità, e appena se ne sono accorti hanno lanciato l’allarme.
Ora l’emergenza è finita, ma restano alcune questioni da chiarire. E lo stato d’allerta continua, specie alla vigilia di una nuova minaccia, quella della privatizzazione del servizio idrico. «Siamo qui, seduti sopra uno dei più grandi bacini idrici dell’Italia centrale, decisi a riappropriarci dell’acqua», dice Fausto Carotenuto, gestore di un complesso agrituristico nei pressi di Orvieto e recentemente nominato responsabile dei Verdi per il territorio. C’è chi è venuto per mettere a disposizione le proprie conoscenze e chi è arrivato per capire cosa sta succedendo. A fare chiarezza sulla normativa che disciplina la gestione dell’acqua è Maurizio Montalto, avvocato, da anni impegnato nella battaglia per la ripubblicizzazione del bene e vicecoordinatore della commissione Ambiente dell’Ordine degli avvocati di Napoli.
«Il decreto Ronchi non impone la privatizzazione del servizio - precisa l’esperto -. Decidere se privatizzare il servizio o meno spetta agli enti locali. È il Comune, la Provincia o l’Ato a dire sì o no. La normativa italiana non è cambiata al riguardo: la decisione rimane nelle mani delle amministrazioni territoriali». Il messaggio è chiaro: i cittadini possono intervenire, possono fare pressione sugli enti locali perché la gestione dell’acqua rimanga pubblica. Si preannuncia una lunga stagione di battaglia, il movimento per la ripubblicizzazione dell’acqua cresce ogni giorno ma la politica istituzionale resta ampiamente scollegata dal territorio.
«La destra spinge palesemente verso la privatizzazione - continua l’esperto - e la sinistra finge invece di remare nel senso contrario perché vuole che il sistema delle società di proprietà pubblica che godono dell’affidamento diretto rimanga in piedi». Prima del decreto Ronchi, in Italia era infatti possibile affidare la gestione del servizio idrico a un privato in maniera diretta, senza gara alcuna. «Un ente locale - spiega l’avvocato - poteva costituire una società a capitale pubblico e affidarla a un soggetto privato di sua scelta che la portava sul mercato». Un meccanismo mai piaciuto alla comunità europea, che ha intimato più volte all’Italia di attenersi alle regole.
«Le spa a capitale pubblico sono comunque società private - prosegue Montalto - e il decreto Ronchi ha limitato la possibilità di affidarle in maniera diretta. Se il Comune, la Provincia o l’Ato sceglie di privatizzare il servizio può farlo ma deve indire una gara d’appalto pubblica e rispettare le regole della concorrenza». Rimane certo, comunque, che nel decreto Ronchi c’è una spinta alla privatizzazione che non ha nulla a che fare con il messaggio della Ue. In linea con le disposizioni precedenti, la legge favorisce infatti accorpamenti territoriali di grande taglia e impianti di scala, struttura il servizio in modo che sia appetibile per un privato anziché per il pubblico, che chiaramente gestisce con maggiore facilità impianti piccoli e a misura di territorio. «I vantaggi della gestione pubblica sono tanti, dalla riduzione del costo del servizio per i cittadini a una maggiore garanzia contrattuale per i lavoratori», conclude Montalto.
L’acqua è un diritto e deve essere riconosciuta come tale. A esserne convinti sono ogni giorno più cittadini. Il Forum dei movimenti dell’acqua ha lanciato per il 20 marzo una manifestazione nazionale e nei territori si iniziano ad affilare le armi.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







