Ciarelli e Casalesi, due clan in lotta per Latina

Vincenzo Mulè

CRIMINALITA'. Due pregiudicati uccisi e un boss che da una settimana lotta tra la vita e la morte è il bilancio di una resa dei conti infinita, che ha origini negli anni Novanta.

Tre attentati, due mortali, nel giro di 48 ore. La mattina del 25 gennaio Carmine Ciarelli, 48enne pregiudicato a capo di un clan rom stanziale dedito all’usura, viene ferito gravemente con 7 colpi di pistola da due sicari in moto. Lo stesso giorno, in serata, Massimiliano Moro, anche lui pregiudicato, viene ucciso nel suo appartamento con due colpi di pistola. Passano 24 ore e Fabio Buonamano, anche lui personaggio delle criminalità locale, viene trovato ucciso da colpi d’arma da fuoco in una zona periferica.
 
Una guerra per il controllo del territorio sconvolge Latina, tanto da aver spinto il sindaco, dopo un consiglio comunale straordinario, a chiedere un aiuto direttamente a Silvio Berlusconi e al ministro della Giustizia Alfano. Nelle prossime ore, inoltre, sarà costituito un gruppo di lavoro a supporto degli investigatori del territorio costituito dal Servizio centrale operativo e dalle sezioni criminalità organizzata delle questure di Roma e di Napoli. A Latina sarà inoltre creato una struttura di coordinamento tra le forze di polizia e la Direzione investigativa antimafia. Lo ha annunciato il sottosegretario all’Interno Alfredo Mantovano al termine di una riunione tecnica di coordinamento con le Forze dell’ordine convocata dal prefetto di Latina Antonio D’Acunto. 
 
Il sindaco di Latina Vincenzo Zaccheo ha rinnovato al sottosegretario la richiesta di un potenziamento degli organici di magistratura e forze dell’ordine e un comitato di controllo sui flussi di denaro e gli investimenti sul territorio pontino. Le indagini, per il momento, mirano a ricostruire le dinamiche criminali che riguardano sia Ciarelli sia Massimiliano Moro e Fabio Buonamano che invece si occupavano di droga e che, secondo alcuni, sarebbero vicini al clan dei Casalesi. Secondo Giulio Vasaturo, criminologo dell’osservatorio regionale sulla legalità, «la guerra fa seguito alla rottura degli equilibri all’interno della rete di malavitosi che gestisce, da decenni, i traffici illeciti nel capoluogo pontino. Una criminalità che ha solidi legami con i referenti della camorra radicati sul territorio». Per Edoardo Levantini, presidente del Coordinamento Antimafia Anzio Nettuno, è necessaria l’istituzione  «di una sezione operativa della Direzione Investigativa Antimafia a Latina». 
 
Da una parte i casalesi, o chi li rappresenta nel sud pontino. Dall’altra, la famiglia Ciarelli. Una situazione divenuta esplosiva negli ultimi giorni ma che ha origini lontane. Che emergono dalle carte della sentenza sul processo “Anni Novanta”, l’indagine dei carabinieri coordinati dai magistrati dell’antimafia capitolina che colpisce quella che viene considerata da anni la costola dei casalesi nel basso Lazio: il gruppo guidato da Ettore Mendico.
 
Negli atti si legge di come nel maggio 1996 Carmine e Antonio Ciarelli avevano denunciato il boss insieme ad altri soggetti che, armati di pistola e mitraglietta, avevano intimato loro di pagare 50 milioni al mese ai casalesi tramite gli amici di Casal di Principe che stavano a Latina. La somma doveva essere consegnata entro 48 ore, pena la uccisione di un figlio al giorno. Gli amici che stavano a Latina erano Matteo e Mario Baldascini. Successive indagini confermarono che uno dei fratelli Baldascini aveva trascorso la notte a Sabaudia con Salvatore Cantiello, legato alla famiglia Schiavone. 
 
La vicenda venne ricostruita dall’allora colonnello dei carabinieri Tommasone, che non mancò di sottolineare come «il fatto aveva destato allarme nella Procura Generale di Latina, in quanto era davvero inconsueta una richiesta estorsiva a soggetti che erano al contrario abituati a farne». Nella sentenza si legge ancora come la richiesta di una tangente fosse stata interpretata come un tentativo di Baldascini e dei Casalesi di affiliare alla loro organizzazione il clan Ciarelli. Durante il processo, il boss pontino dichiarò di essersi sbagliato nella denuncia, ammettendo solo un litigio avvenuto in carcere con Baldascini, pur senza spiegare la ragione, che nella denuncia invece è espressa chiaramente e viene indicata come derivante dalla richiesta del Baldascini di pagare una tangente al clan dei Casalesi. La reazione di Carmine fu talmente violenta che Baldascini minacciò che non avrebbe più dato tregua a lui ed alla sua famiglia. 

La prima pagina del giornale
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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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