Clericus cup, il sacro e il profano del football
STORIE DI SPORT. Al via la Terza edizione sul campo del Pontificio Oratorio in via di Santa Maria Mediatrice in Vaticano. Quasi quattrocento i tesserati provenienti da tutti e cinque i continenti, per un totale di sessantacinque nazioni. La rappresentativa più folta è quella messicana, con quarantanove atleti, seguita dai quarantacinque italiani. E poi americani, brasiliani, addirittura vietnamiti e quattro sacerdoti della martoriata Haiti. In palio il titolo di campioni della Santa Sede.
Ogni calciatore, professionista o ancor più dilettante, sogna di poter calpestare almeno per una volta l’erba dei leggendari teatri del pallone: lo stadio Maracanà di Rio de Janeiro, il Santiago Bernabeu di Madrid, la Bombonera di Buenos Aires, il Giuseppe Meazza di Milano. Oppure attraversare il cancello di Anfield, proprio sotto la scritta che è pure inno del Liverpool e recita You’ll never walk alone (Non camminerai mai solo). Amichevole o partita ufficiale, questo non conta: l’importante sarebbe esserci. Però c’è un rettangolo di gioco poco conosciuto che, pur non avendo la maestosità degli spalti nelle suddette strutture, vanta la più bella veduta al mondo, cioè quella sulla cupola della basilica di San Pietro in Roma, e il misticismo che nessuna canzone dedicata a club o nazionale potrà mai avere. Il prato (sintetico) è quello del Pontificio Oratorio in via di Santa Maria Mediatrice, civico 24; qui si gioca, da ieri, il campionato di calcio per seminaristi e sacerdoti battezzato con sincretismo linguistico anglolatino (e un goccio di acqua santa) come Clericus Cup.
Un appuntamento per palati e piedi fini: in palio c’è il titolo di campione del Vaticano che, considerate le peculiarità degli atleti, vale quanto una Coppa del mondo della categoria. Innanzitutto sgombriamo il campo da un possibile equivoco. Se avete in mente squadre composte da sacerdoti che corrono tenendosi il talare ben oltre le ginocchia per non inciampare, alla maniera del don Camillo di Fernandel, non siete sulla retta via. E neppure pensiate a trame di gioco basate sul calcio cosiddetto “alla viva il parroco!”, perché l’intera faccenda è assai seria. Tutti i partecipanti sono allenati con dovizia, le divise preparate con il gusto per le tendenze della moda, e l’agonismo non manca. Certo, per un sereno svolgimento del torneo gli organizzatori non hanno avuto bisogno di invitare dirigenti e giocatori a esimersi dalle imprecazioni, come di recente accaduto per Serie A e Coppa Italia; le proteste e le scorrettezze però ci sono eccome.
E per venire incontro al duro compito degli arbitri, il Csi (Comitato sportivo italiano, promotore e organizzatore della rassegna) ha pensato a creare un cartellino a metà tra il giallo dell’ammonizione e il rosso dell’espulsione. Un’idea che da tempo circola tra gli organismi internazionali del calcio professionistico, ma che mai si è tradotta in prassi. Il cartellino arancione, nome con il quale veniva chiamata questa proposta, nella Clericus Cup ha il colore mariano per eccellenza: l’azzurro. L’intemperante giocatore, sanzionato per entrata scomposta o veementi proteste, con questo provvedimento è costretto a rimanere fuori per cinque minuti, come accade più o meno nella pallanuoto. Questa è una delle poche deroghe al regolamento che, per il resto, è pari pari a quello redatto dalla Figc. Altre due eccezioni riguardano la possibilità per l’allenatore di chiamare il time out, cioè una pausa di due minuti per tempo, e quella che concerne lo spareggio ai calci di rigore. Nel girone all’italiana (la composizione del torneo è simile a quella usata in ormai molte edizioni del mondiale), qualora le due compagini concludano i tempi regolamentari in parità, ecco intervenire la lotteria del dischetto.
La squadra più cinica dagli undici metri incamera due punti, la più sfortunata uno. Un po’ come i tornei triangolari che si giocano in estate per la gioia degli sponsor. La Clericus Cup prende spunto anche dal rugby, da cui ha mutuato il terzo tempo; che non è una regola ma una consuetudine mai disattesa per la quale, a fine gara, vincitori e sconfitti si ritrovano nel medesimo ambiente per fraternizzare come auspicato dai padri delle moderne olimpiadi. Con la differenza che, se nel terzo tempo della palla ovale scorrono fiumi di birra e c’è abbondanza di carne, nel nostro caso ci si accomuna per una lode al Signore. Quasi quattrocento i tesserati provenienti da tutti e cinque i continenti, per un totale di sessantacinque nazioni. La rappresentativa più folta è quella messicana, con quarantanove atleti, seguita dai quarantacinque italiani. E poi americani, brasiliani, addirittura vietnamiti e quattro sacerdoti della disgraziata Haiti, che fanno l’esordio in questa quarta edizione finanziata da Ina Assitalia e sponsorizzata da Lotto; che, beninteso, guarderebbe con favore anche alla possibilità di creare (e dunque vestire con i colori giallo e bianco) una vera e propria nazionale vaticana, iscritta alla Uefa come San Marino; il progetto c’è, e la Clericus potrebbe rappresentare la migliore vetrina per scegliere i convocati (prima che fosse organizzata la Coppa, sembra che qualcuno azzardò l’ipotesi di una squadra composta da guardie svizzere). Alla presentazione dell’evento, tenutasi giovedì scorso nell’atrio dell’aula Paolo VI di Città del Vaticano, quella dove Benedetto XVI è solito catechizzare il mondo cattolico con l’esempio dei martiri e dei santi, c’erano personalità di rilievo.
Lippi e Trapattoni osservatori
Se ovvia era la presenza di qualche monsignore, meno scontato è parso l’appoggio alla manifestazione di personaggi del mondo del calcio a cinque stelle, quali Marcello Lippi e Giovanni Trapattoni. Il primo, concentrato da mesi a tirar fuori dalla scuola italiana ventidue azzurri per il Sudafrica, ha azzardato un pronostico a favore dei sacerdoti africani, definiti in forte evoluzione e con forza atletica da vendere. Il secondo, che a causa del colpo di mano di Thierry Henry vedrà il mondiale dal divano di casa, ha avuto la ribalta delle cronache quando, in conferenza stampa, ha rivelato la possibilità e l’intenzione di allenare la nazionale vaticana, ma solo una volta esauritasi la bella esperienza nella fedele Irlanda.
E se qualcuno ricorda la famosa boccetta di acqua santa che Trapattoni estraeva durante il mondiale nippocoreano, troverà ora la quadratura del cerchio. Il suo pronostico per la Clericus Cup, va da sé (il commissario tecnico è peraltro nato nel giorno di san Patrizio, evangelizzatore e patrono d’Irlanda), è tutto per la rappresentativa del quadrifoglio capeggiata dal seminarista quarantenne Billy Swan, i cui natali sono i medesimi del celebrato attaccante della nazionale Kenny Doyle. Ma per tutti, africani o irlandesi che siano, la conquista della Coppa non sarà una passeggiata se i campioni in carica, come da pronostico, giocheranno come hanno dimostrato di saper fare nelle scorse edizioni. Il Redemptoris Mater è infatti la squadra da battere, una sorta di Barcellona dell’oratorio. I neocatecumenali si sono aggiudicati il trofeo per due volte, l’ultima lo scorso anno battendo in finale di misura il North American Martyrs, che a loro volta avevano fatto fuori ai tempi supplementari della semifinale i campioni sudamericani uscenti del Mater Ecclesiae.
Oltre a queste tre rappresentative (che sono poi le favorite dal pronostico), ce ne sono altre tredici così suddivise: nel girone A i titolatissimi del Redemptoris Mater, poi Collegio Sant’Anselmo, Pontificio Seminario Gallico, Anglo-Celtic Colleges United, Collegio Brasiliano, Pontificio Collegio San Paolo, Istituto Polacco e gli sfidanti del North American Martyrs. Del girone B invece fanno parte i Mater Ecclesiae (che non dovrebbe avere problemi a superare il primo turno), Collegio Messicano, Seminario Romano Maggiore, Guanelliani, Sedes Sapientiae, Pontificio Collegio Urbano, Collegio Pio Latino Americano e Pontificia Università Gregoriana. Il primo si configura come un girone di ferro: per il gioco degli incroci, in caso di passaggio ai quarti sia i campioni in carica che i Martyrs potrebbero ritrovarsi in finale e dunque disputarsi la rivincita; ma non sono da sottovalutare i Gallici e gli irlandesi, che apriranno la Coppa sfidandosi in una riedizione di Francia-Eire, e anche i brasiliani che hanno ingaggiato proprio dai Martyrs l’attaccante Joao Kalevski.
Il giocatore, fiore all’occhiello di una campagna acquisti a parametro zero, punta non solo al titolo di miglior marcatore ma al primato stabilito dal rwandese Edouard Sinayobye e dal congolese Alfred Mbimi, re dei bomber della Clericus con dodici reti. Nel girone B i soliti Mater Ecclesiae si giocheranno il primato con la Pontificia università gregoriana di Salvatore Ranieri, ex presidente del Tivoli e ora allenatore decisamente ambizioso: che egli desideri sollevare il trofeo è intenzione manifesta, considerati gli innesti che ha voluto in squadra, a partire dal trentenne croato Marijo Bulijevic, una vera saracinesca, fino al metronomo keniota Augustine Yuma. Questo fine settimana si è battuto, come detto, il calcio d’inizio. Passeranno le prime quattro, con partite a eliminazione diretta sino alla finalissima datata 22 maggio, giorno di santa Rita da Cascia. L’antipasto vaticano al mondiale in Sudafrica.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







