Comunista per nascita, anaffettivo per sfortuna
Qualcuno ancora parla di rivoluzione, come Said Sayrafiezadeh, scrittore statunitense quarantenne che con Quando verrà la rivoluzione avremo tutti lo skateboard - in libreria in questi giorni per Nottetempo - racconta la vicenda di una singolare famiglia americana. Un romanzo d’esordio originale - non ci stupiamo affatto se il New York Times lo ha definito uno dei dieci migliori libri del 2009 - che sorprende e appassiona, non solo perché ironico e brillante ma anche perché la storia, in pratica autobiografica, ci fa entrare empaticamente in contatto con l’infanzia e adolescenza di un ragazzo alle prese con una famiglia “comunista” in attesa della rivoluzione.
«Mio padre è convinto che un giorno gli Stati Uniti saranno destinati a essere travolti dalla rivoluzione socialista». Un dramma per Said che ha dovuto realmente imparare molto presto i sacrifici e i conflitti causati da questa rilevante attesa. Said Sayrafiezadeh è nato da padre iraniano e madre ebrea americana, entrambi membri del Partito dei lavoratori socialisti. Il Socialist workers party, diverso dai partiti socialisti europei, professa il principio del “Socialismo come Democrazia Radicale” al cui interno esistono opinioni discordi sul come raggiungere il socialismo: alcuni favorevoli a un approccio graduale, altri - la maggioranza - che auspicano una più radicale trasformazione della società, da capitalista a socialista, con la schiacciante vittoria della classe operaia.
Possiamo dunque immaginare la vita di un bambino che per indole non ha niente a che spartire con un’ideologia politica. Bene, Said ce la racconta, seppur con certo distacco, con tanta delicatezza e tenerezza, finanche a farci sorridere: «Quando verrà la rivoluzione tutti avranno uno skateboard perché saranno gratis», è la risposta della madre rivoluzionaria alla sua richiesta di uno skateboard, semplice oggetto cult negli anni Settanta.
Sorridiamo persino quando ci racconta che per solidarietà con la United farm workers che aveva indetto lo sciopero dell’uva, gli venne impedito di mangiarne per mesi, ma non di sottrarne qualche grappolo al supermercato perché ciò che contava per la madre era non violare la sacralità del boicottaggio. Dunque, leader a 4 anni, esercita il primo “esproprio proletario” con il tacito consenso della mamma.
Ma non sorridiamo più quando lei lo lascia alle cure di un collega di partito che arriva ad abusare sessualmente di lui. Qui la storia si fa drammatica e restiamo come paralizzati di fronte a questa scena inquietante. Nonostante la forte presenza della madre, al centro della storia anche la figura del padre, un professore di matematica che abbandona la famiglia quando Said ha pochi mesi e le cui successive riapparizioni saranno caratterizzate esclusivamente da lezioni di politica su Marx, Lenin, Trotsky e sulla rivoluzione imminente e sempre rinviata. Un uomo nobile, tuttavia, il cui abbandono viene giustificato dalla rivoluzione al primo posto.
In questo memoir, Sayrafiezadeh, molto critico mantiene, comunque, un animo generoso e con affetto parla dei suoi inconsueti genitori. Anche se in una recente intervista dichiara: «Il partito è stato per loro soprattutto un modo per ignorare i loro obblighi familiari. Sia mia madre sia mio padre hanno difficoltà con l’intimità e le emozioni, e il marxismo era una perfetta filosofia a cui dedicarsi con tutto l’animo». Di certo, un libro da non perdere, dove umorismo e ironia si sovrappongono al tragico di relazioni umane e familiari che, diciamolo pure, hanno troppo spesso un fondo di anaffettività.







