Dall’Enea alla Calabria. In viaggio con i veleni
In Basilicata, così come in Calabria si continua a scavare. Alla ricerca di una traccia, di un riscontro alle dichiarazioni di, ormai, molti pentiti che raccontano una storia fatta di minacce, strani incidenti, ma anche viaggi notturni di tir carichi di rifiuti tossici smaltiti senza criterio. Il 16 febbraio la commissione sulle ecomafie terrà a Bologna l’audizione Emilio Di Giovine e di Stefano Carmelo Serpa, due dei tre testimoni dei presunti affondamenti delle navi dei veleni.
Il terzo è Francesco Fonti, ex boss della ’ndrangheta che nel giugno del 2005 raccontò per primo al settimanale L’espresso scenari inquietanti di traffici internazionali di rifiuti tossici e radioattivi, faccendieri, mafia, servizi segreti e massoneria. Nel memoriale, che in precedenza era stato consegnato alla Direzione nazionale antimafia, si parlava anche di spazzatura nociva depositata in Basilicata: «Camion caricati a Rotondella verso le due di notte» con fusti di rifiuti radioattivi che furono «trasportati e seppelliti nel comune di Pisticci, in località Costa della Cretagna, lungo l’argine del fiume Vella».
Nei giorni scorsi, Nicola Maria Pace, attuale Procuratore della Repubblica di Brescia è stato ascoltato dalla commissione rifiuti sulla vicenda dello smaltimento dei rifiuti tossici in Basilicata. Nel corso degli anni Novanta, quando era in servizio a Matera, Pace indagò per primo sul centro Itrec della Trisaia di Rotondella. Centro dove oggi sono ancora custodite le barre di uranio della centrale americana di Elke River. La testimonianza di Pace conferma che le indagini concretizzate in diverse regioni d’Italia una quindicina di anni fa, in realtà, non erano affatto concluse e che i capitoli sull’interramento e l’affondamento di rifiuti andrebbero riaperti.
Secondo il procuratore di Brescia, il “caso” sulla navi dei veleni non si è affatto chiuso con l’identificazione del piroscafo Catania al largo di Cetraro. Nuovi accertamenti, per terra e per mare, sarebbero auspicabili, come richiesto anche da un’interrogazione parlamentare presentata dal deputato radicale Elisabetta Zamparutti. Nel corso della sua audizione, Pace ha raccontato come nell’impianto Itrec di Rotondella siano presenti «ancora 2,7 tonnellate di rifiuti radioattivi ad alta attività giacenti in strutture ingegneristiche di contenimento, che già vent’anni fa avevano mostrato i segni dell’usura ed erano già «scaduti», secondo il gergo tecnico utilizzato in sede di analisi di rischio, e che, essendo stati corrosi e avendo manifestato cedimenti strutturali, avevano dato luogo ai tre rilevanti incidenti nucleari.
Secondo le buone tecniche di gestione dei materiali nucleari accettati in campo internazionale, questi materiali dovrebbero essere ceramizzati o vetrificati, perché solo in queste matrici si può tenere solido il materiale senza esporlo a dilavamento, a screpolature, a perdite di sostanza. Mi risulta che ad oggi, almeno per quanto riguarda l’impianto Itrec di Rotondella non si sia proceduto alla solidificazione secondo un sistema corretto». Alla Commissione che gli chiedeva se al centro Enea giungessero anche materiali radiaottivi da altri Paesi e se la formazione a Rotondella di personale iracheno fosse un’attività regolare, Pace ha risposto che «proprio la presenza nel centro Enea di Rotondella di materiali di provenienza esterna e gli elementi che prefiguravano una movimentazione di questi materiali mi collegavano con l’ipotesi di un’attività di smaltimento illegale o clandestino di rifiuti».







