Delusione olimpica L’Italia va a fondo
MEDAGLIERE. Gli azzurri della staffetta crollano, e con loro anche la speranza del podio. Rimaniamo fermi a un argento e tre bronzi; mai così male dall’edizione Innsbruck ’64.
Quattro anni fa, in queste ore, si chiudevano i Giochi Invernali di Torino e l’Italia festeggiava il nono posto nel medagliere olimpico, forte di cinque ori e sei bronzi. Oggi a Vancouver registriamo qualcosa di altrettanto storico, ma di opposto segno: se non è uno sfacelo, poco ci manca. Gli ultimi ad aver rincorso invano un podio sono stati gli atleti della staffetta di fondo, disciplina che dal 1992 ha sempre regalato soddisfazioni ai colori azzurri (due primi posti e tre argenti). Ma sulla neve della Callaghan Valley, tutto è andato come peggio non si poteva: nono posto, addirittura con un distacco superiore ai due minuti dai vincitori svedesi, secondi i maestri norvegesi davanti ai cechi. La fine di un’epoca dorata, la caduta di una generazione che ha dato tanto e che ora stenta a trovare il ricambio: Zorzi, il portabandiera Di Centa, Checchi e Piller, ovvero gli ori di Torino (c’era Valbusa, poi ritiratosi). Ci rimane l’argento di Piller nella quindici chilometri; ma Vancouver rimane un punto di arrivo.
Dirà Giorgio Di Centa, con rassegnata lucidità e un pizzico di orgoglio: «Questa staffetta non è nata sotto una buona stella, aspettiamo Oslo per decretare la fine della nostra generazione. Vero, siamo la più vecchia staffetta di tutte le Olimpiadi, in quattro facciamo 142 anni, ma non siamo da rottamare». Aggiungerà poi Zorzi, ultimo della batteria: «A Torino giocavamo in casa, qui invece siamo arrivati troppo tardi. Ci vorranno un po’ di anni per tornare al vertice ». Giusto, ma quanti anni? Tre su quattro hanno festeggiato la loro quarta olimpiade, e i giovani stentano a farsi conoscere. Alle responsabilità della Federazione si accompagnano le difficoltà di una primavera che tarda ad arrivare. Silvio Fauner, ex fondista e bandiera del fondo italiano, e attualmente direttore tecnico delle squadre nazionali maschile e femminile, ha promesso un cambiamento a partire dal dopo Mondiale di Oslo, l’anno prossimo. Avanti con i ventenni, sì: ma con meno soldi e apparentemente meno entusiasmo. Intanto i foschi presagi dei giornali di settori sembrano avverarsi. Una settimana prima della cerimonia olimpica Sport Illustrated, come da tradizione, aveva pubblicato le sue previsioni podio per podio.
Una sorta di pronostico basato su più variabili, tra le quali la preparazio ne e il talento degli atleti. La rivista americana aveva riservato all’Italia quattro medaglie: oro al campione uscente Armin Zoeggeler nello slittino, e bronzo a Christian Oberstolz e Patrick Gruber nel doppio; argento per Enrico Fabris nei 1500 metri di pattinaggio di velocità e per la team sprint femminile di sci di fondo. Un magro bottino che si è rivelato per adesso più ottimistico della realtà, e la sfortuna, ahinoi, c’entra ben poco. Lo sport italiano vive il suo autunno: zero medaglie per l’atletica a Berlino, pallacanestro fuori dagli Europei, pallavolo e pallanuoto in piena crisi, tennis maschile mai così male. Fanno eccezione il calcio e il nuoto. A Vancouver per evitare il disastro restano poche occasioni: Fabris e colleghi nella gara a squadre, slalom speciale maschile, staffetta dello sci di fondo femminile e la maratona a tecnica classica. Il fondo per non toccare il fondo.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







