Forugh Farrokhzad, “la voce del peccato” che sfidò l’islam
RITRATTI. In libreria per Aliberti è solo la voce che resta, antologia della più trasgressiva poetessa iraniana morta in circostanze misteriose a soli 32 anni. I suoi versi hanno ispirato registi di fama internazionale, tra cui Abbas Kiarostami.
Forugh Farrokhzad è considerata in Iran la maggiore poetessa del XX secolo. Il suo sepolcro è meta di pellegrinaggi e le sue liriche hanno ispirato artisti celebrati in patria e all’estero, come Abbas Kiarostami, nel suo film Il vento ci porterà via, e Bertolucci, che ha girato un documentario sulla sua vita. Anche oggi il suo ricordo è più che mai vivo e presente, in quanto eletta a icona dalle donne che manifestano nelle piazze di Teheran contro il regime e riconoscono in lei un’ideale portavoce. Impossibile, dunque, non ripercorrere una volta ancora, a più di quarant’anni dalla sua tragica fine, la storia di questa coraggiosa donna, poetessa ed eclettica artista di cui Aliberti ha da poco pubblicato un’antologia curata da Fezeh Mardani dal titolo È solo la voce che resta.
Nata a Teheran nel 1935, in un periodo di grandi trasformazioni sociali, terza di sette figli, Forugh studia arte e inizia prestissimo a comporre versi appassionati. A sedici anni sposa il cugino trentenne, Parviz Shapoor, disegnatore e caricaturista e l’anno successivo dall’unione nasce Kamyar. Dopo tre anni di matrimonio si sentirà costretta a scegliere tra il divorzio e la poesia e sceglierà quest’ultima, perdendo per sempre, secondo la legge coranica, la possibilità di rivedere suo figlio. «… Ninna nanna, bambino mio, / chiudi gli occhi, / è sera… / La madre, un grembo pregno di colpe!...», scrive. Pubblicata nel 1955, in liberi versi, la silloge Asir (Prigioniera) suscita scalpore. Per la prima volta nella storia islamica una donna esprime emozioni e sentimenti, con una lirica dal linguaggio esplicito e spontaneo, considerata immorale dalla cultura tradizionale, per la sensualità e la carica erotica. «Lo desidero perché mi stringa a sé/ mi stringa a sé che sono folle d’amore/ e avvolga alla mia esistenza, forte quelle braccia possenti e calde/ vorrei, nei suoi baci ardenti/ cercare rovente passione del piacere».
Ma Forugh “paga” duramente le coraggiose scelte di autonomia e anticonformismo, con una forte depressione che la porterà nel settembre dello stesso anno al ricovero di un mese in un ospedale psichiatrico. Parte poi per un lungo viaggio in Italia e in Europa. È il 1956 ed esce la sua seconda silloge, Divar (Il muro), dedicata all’ex marito, «in segno di amicizia e gratitudine»: «… Una finestra mi basta/ una finestra verso l’attimo di conoscenza, sguardo, quiete/ ora il noce è cresciuto abbastanza/ da spiegare alle tenere foglie/ il perché della presenza del muro/…», cui seguirà, nel 1958, e-Osiyan (Ribellione) e la sua consacrazione. «… I sogni sempre/precipitano dall’alto della loro ingenuità/ e si infrangono/ sento il profumo del quadrifoglio/ che è cresciuto sulla tomba degli antichi significati/ era forse la mia giovinezza/ la donna, sepolta nel sudario della virtù e dell’attesa?...».
Quello stesso anno ha inizio l’intenso rapporto artistico e sentimentale col regista-scrittore Ebrahim Golestan che, pur avendo già una moglie, tra alti e bassi, l’accompagnerà fino alla morte. L’eclettica Forugh si dedica quindi con successo alla sceneggiatura, al montaggio, alla recitazione e infine, col documentario Khamnè siyab ast (La casa è nera), girato in una colonia di lebbrosi, ottiene, nel 1964, il primo premio per la regia al festival di Uberhausen. Del 1964 è anche la pubblicazione di Tavallodi digar (Un’altra nascita), dedicata a Golestan, una raccolta di 35 poesie scritte nei precedenti sei anni di intensa attività artistica.
«… Non si tratta/ dell’effimero legame di due nomi/ e di due corpi/ nelle vecchie pagine di un registro/ si tratta della mia chioma felice e gli arsi papaveri dei tuoi baci/ dei piccoli furti ingenui dei nostri corpi/ nel luccichio della nostra nudità/ come le squame dei pesci nell’acqua/ si tratta di vita argentea del canto/ di una piccola fontana all’alba…». Quest’opera vede la luce in un periodo in cui le restrizioni del regime dello scià Pahlavi trasformano ogni scritto in voce di protesta ed è già forte in Iran l’influsso della cultura europea. Farrokhzad, nelle interviste pubblicate dopo la pubblicazione di Un’altra nascita, afferma di considerare questa silloge come un traguardo raggiunto e al tempo stesso come un nuovo punto di partenza; il volume è accolto molto favorevolmente dalla critica. Tuttavia, contrariamente ai precedenti lavori incentrati sull’introspezione e il sentimento, in quest’ultimo emerge l’impegno sociale, che ne muta l’espressione del linguaggio.
Man mano, i temi della morte e della solitudine si faranno più ricorrenti, le liriche esprimeranno oscuri presagi: la distruzione d’ogni rapporto d’amore, la decadenza, il declino. Sarà pubblicato postumo, nel 1974, l’ultimo volume Imam biavarim be aghaz-efasl-esard (Crediamo soltanto all’inizio della stagione fredda). Si giunge al 1967: la stampa di tutto il mondo narra le rivolte studentesche dell’università di Berkeley, in California; in Italia, il film di Bellocchio I pugni in tasca annuncia la decadenza dell’istituzione familiare; l’esistenzialismo e il marxismo in Francia muovono la protesta che sfocerà a breve nella “rivoluzione fallita” del ’68.
Forugh, che ha lottato per i diritti delle donne in un tempo e un luogo impensabili, precorre questa epoca, presentendone forse anche gli esiti drammatici. Ma ha già perduto i suoi sogni, la resistenza: «Nella mia piccola notte, ahimè,/ il vento ha appuntamento con le foglie/ nella mia piccola notte/ c’è l’ansia del declino/ Ascolta, senti il soffio delle tenebre?…».
Nel pomeriggio del 13 febbraio 1967, al culmine del successo seppur ignorata e invisa ai regnanti, alla guida della sua jeep sbanda e si schianta contro il muro di un viale alberato di Teheran, in circostanze mai chiarite dalle istituzioni. Ha solo 32 anni.
«... Qualcuno viene/ qualcuno viene/ qualcuno che ha il cuore, il respiro, la voce/ con noi/ Qualcuno la cui venuta/ non si può impedire/ né ammanettarlo e metterlo in prigione/ qualcuno che ha generato figli/ sotto i vecchi alberi di Yahyà/ che giorno dopo giorno/ cresce sempre di più/ qualcuno venuto dalla pioggia/ dal fragore della pioggia battente/ dal bisbiglio delle petunie…».
La voce di Forugh, “poetessa del peccato”, oggi rivive con le donne di Teheran. Che la poesia incisa sulla sua lapide sia per loro al tempo stesso il monito e la forza di opporsi, lottare per un’identità nuova e diversa, non soltanto individuale, ma anche del Movimento per la libertà che con coraggio sostengono.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.








Commenti
about our Forugh (Luminositá)
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Il desiderio è sgorgato nei suoi occhi
come del vino rosso sgorgato da una coppa
il mio corpo ha volato sopra al suo
nella morbidezza del letto soffice.
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